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martedì 27 gennaio 2009

Curva B contro la guerra

da prccasalnuovo.splinder.com


Almeno qualcuno ha notato lo striscione esposto in curva B?

Perchè quasi nessuno trai i Mass - Media ha notato lo striscione esposto nella curva B dello stadio San Paolo di Napoli, in occasione della partita Napoli - Roma di Domenica scorsa?

20090125_gaza

"23 giorni - 1300 corpi senza vita: sangue che cola da raffiche di chiacchiere... con tutto il nostro sdegno. Tacciano le bombe, si inneschi la ragione...
Mai piu' guerra a Gaza... mai piu' le guerre''

lunedì 26 gennaio 2009

Onde corte

Bologna, sabato 24 gennaio, Università degli studi Alma Mater.

CONTESTAZIONE DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO

Corteo onda 24 gennaio"Di tutto conoscete il prezzo ma non il valore": l'esercito del surf affronta la neve e contesta con forza l'inuagurazione dell'anno accademico.

L'Onda aveva annunciato la sua presenza all'inaugurazione dell'Anno Accademico e aveva rifiutato il precetto della Digos che imponeva al corteo di fermarsi prima di via Castiglione. Oggi un gruppo di 50 studenti dell'Onda era presente all'interno dell'Aula Magna di Santa Lucia, per portare le ragioni del rifiuto di questa solenne cerimonia in una situazione tanto tragica per l'Università italiana. La sfilata dei docenti togati, dei rettori in ermellino, tutta la pomposità che ha caratterizzato la cerimonia di oggi è per noi assurda: è stato come brindare a champagne e salmone tra le rovine di un Paese distrutto da una guerra. Tutta questa solennità strideva con le dichiarazioni dello stesso rettore Calzolari quando affermava che "i provvedimenti della Gelmini sono l'imbellettamento di un cadavere", immagine forte ed efficace che però non si è tradotta in nessuna azione di rottura col passato. La cerimonia di oggi poteva al massimo essere il funerale dell'Università Pubblica italiana, non certo l'inaugurazione di un nuovo anno qualunque. La determinazione dell'Onda ha comunque permesso di prendere parola dal palco, di porCorteo onda 24 gennaiotare le ragioni della nostra protesta all'interno della cerimonia, di superare il precetto della Digos portando il corteo di studenti fin a Santa Lucia. Forte è stata la delusione nel vedere tutti i direttori di dipartimento in toga a sfilare, quando solo pochi giorni fa essi stessi avevano dichiarato pubblicamente il rifiuto ad indossare la toga in questa situazione. Prendiamo atto che ancora una volta i personalismi hanno prevalso sul senso del bene comune. L'Onda ha raggiunto i propri obiettivi in questa giornata, rendendo palese l'incoerenza di chi sostiene di battersi per il bene dell'Università Pubblica ma non mette in discussione le sacre tradizioni cerimoniali, di chi si batte per l'eccellenza ma non riconosce i limiti dell'Alma Mater e del sistema AQUIS, di chi, infine, è soltanto interessato a mantenere intatto il proprio potere.













Non abbiamo paura: make border history!

ImageAll'interno del percorso di mobilitazione contro le leggi liberticide che colpiscono migranti, studenti, "giovani" all'interno di una pericolosa deriva securitaria, verso la manifestazione di sabato 31 Gennaio, Lettere In Onda presenta:

Mercoledì 28 gennaio ore 15 Aula6 Lettere La Sapienza assemblea dibattito

"Politiche securitarie e libertá di movimento": con Salvatore Fachile (avvocato della Rete Impronte) e alcune meditrici culturali migranti.





In questi giorni il parlamento sta approvando una serie di provvedimenti che andranno a costituire il cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Un insieme di misure legislative che prima di tutto renderá impossibile la vita dei migranti: non potranno piú sposarsi e inviare i soldi a casa, riconoscere i figli e andare al Pronto Soccorso senza essere denunciati. Pesanti misure nei confronti dei migranti, e di tutt* coloro che eccedono e si sottraggono ai processi di normalizzazione razzista in cui ci vorrebbero schiacciare.

L’imposizione di una tassa per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno, e l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nello Stato, impongono ai migranti una condizione di illegalitá, una forma di razzismo praticata strumentalmente. La logica che attraversa queste misure legislative, identifica la sicurezza con il controllo sociale che impone nuove norme: la gestione delle piazze e delle strade attraverso un uso massiccio delle forze dell’ordine, la criminalizzazione degli studenti che in questi mesi hanno dato vita ad imponenti manifestazioni e continuano a far vivere l’universitá attraverso la sperimentazione delle decisione collettive.
Migranti, studenti, precari, chi vive e fa vivere le strade, chi partecipa attivamente ai conflitti e alle lotte sociali, ma anche, perfino, chi vuole solo bere una birra per strada.
Contro questa idea di sicurezza e società, dobbiamo agire con forza e radicalità laddove la sola sicurezza che ci convince è la libertá, la felicità costruita collettivamente, l’espressione del dissenso, una societá in cui le differenze siano messe a valore per costruire le nostre istituzioni attraverso la decisione collettiva!

In queste settimane si sono svolte numerose iniziative e assemblee partecipate da migranti, studenti, precari, occupanti di case, donne, associazioni e centri sociali che, attraverso la cooperazione e l’articolazione delle differenze come possibilità e non come pericolo da temere, scenderanno in piazza per richiedere l’abolizione della legge Bossi-Fini e la regolarizzazione di tutt*, contro le classi separate e il pacchetto sicurezza, contro la militarizzazione dei confini e delle cittá, contro le politiche securitarie per affermare che noi non abbiamo paura e nessun* è illegale!


MANIFESTAZIONE "NON ABBIAMO PAURA : MAKE BORDERS HISTORY"

NO AL PACCHETTO SICUREZZA ROMA 31 GENNAIO ORE 15 PORTA MAGGIORE

Lettere in Onda(roma)




L'Onda cagliaritana contesta Silvio Berlusconi
Scritto da Unicamente_Onda Anomala Cagliari
domenica 25 gennaio 2009
I volti della protesta da TheMadcapLaughs.Il Gruppo Unicamente dell’Ateneo di Cagliari continua la sua protesta. Dopo le occupazioni sembrava che tutto fosse svanito nel nulla, invece, forti della situazione politica regionale abbiamo deciso di farci sentire in maniera più forte. Una prima volta alla Fiera Campionaria di Cagliari dove un gruppo di ragazzi è riuscito a protestare contro il Premier e oggi addirittura a Sassari. Dopo una passeggiata che ci ha portati dal sud al nord della Sardegna, gli studenti dell’Ateneo di Cagliari sono riusciti ad entrare al pubblico comizio (di questi tempi anche entrare ad un “pubblico” comizio fa notizia) del Candidato Presidente Capellacci sapendo che sarebbe intervenuto appunto il Presidente Berlusconi. Quindi come testimoniato dalle numerose riprese televisive noi studenti abbiamo manifestato il nostro dissenso contro la politica omicida del governo nei confronti dell’Università. Ora la crisi la dovremmo pagare tutti iniziando proprio dall’Istruzione e vorremmo che la gente capisse la situazione attuale dell’Italia, solo che ci scontriamo sempre con un muro di gomma fatto di finti sorrisi e battute ironiche che non aiutano certo ad appianare i debiti della Crisi.
Dopo tre cori e qualche minuto di disagio da parte del premier siamo stati allontanati dalle forze dell’ordine. I cori “fuori i soldi dell’Università” e “no ad Università privatizzata” non hanno avuto l’effetto sperato infatti il premier ha preferito definirci militanti di una fantomatica area di sinistra che legge l’Unità. Berlusconi è poi stato raggiunto dagli studenti di Unicamente pure ad Alghero dove ha cercato di parlare con gli stessi ricordando che il popolo sardo non era con noi facendosi portavoce di fantomatici sondaggi, continuando ad associarci all’area di sinistra della politica italiana e isolana, qui gli studenti con un faccia a faccia sono riusciti almeno a spiegare la natura apartitica del nostro movimento (ovviamente senza che il premier recepisse il messaggio). Noi vogliamo rivendicare la protesta proprio per sottolineare il gesto compiuto da un gruppo di studenti universitari apartitico e di sicuro non legato a quelle dinamiche tanto care al Presidente e i suoi colleghi di qualunque provenienza politica. Noi vorremmo sentire il Premier che finalmente parli dei problemi dell’Istruzione e della Ricerca italiana senza dover sopportare inutili giri di parole e spot di campagna elettorale. Noi siamo contro a certi giochi e rivendichiamo la nostra azione di protesta proprio perchè le nostre rivendicazioni, le rivendicazioni dell’Onda non vengono ascoltate. L’Onda Italiana è viva più che mai e Unicamente con le sue azioni ha voluto darne prova.

UNICAMENTE

David Grossman per la pace

Israele parli anche con chi vuole distruggerci
DAVID GROSSMAN

Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un' unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l' un l' altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi - il nostro doppio, la nostra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all' esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest' ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina. Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all' occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale. Allo stesso modo il successo dell' operazione non ha risolto le cause che l' hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all' occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l' esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo.

L' offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un' altra generazione di palestinesi crescerà nell' odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi. Ma quando l' operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati)
, allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c' è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma. È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato.

Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza. Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico. Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono? Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un' esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l' opinione pubblica israeliana all' arroganza e al compiacimento nell' uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati. Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest' ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi.

Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un' alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci. Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un' opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati. Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall' esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

giovedì 22 gennaio 2009

ContestAction

la visita per inaugurare l'anno accademico di un master

Sapienza, Fini contestato da studenti
«Tutto previsto, non sono infastidito»

Striscione: «Complici del massacro a Gaza». Il presidente della Camera: «Sui giornali ci sarà la contestazione»

Il sit-in degli studenti contro Fini (Montesi)
Il sit-in degli studenti contro Fini (Montesi)
ROMA
- «Vergogna, vergogna» e poi striscioni di condanna per «il massacro di Gaza». Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è stato accolto all'Università di Roma "La Sapienza", proprio davanti al Rettorato, dove si sono radunati decine di studenti. Fini è stato invitato per l'inaugurazione dell'anno accademico del Master in Istituzione Europee e Storia Costituzionale dove ha tenuto lectio magistralis sull'Unione Europea. Un giovane gli ha urlato «fascista», ma è stato bloccato e identificato dagli agenti.
FINI: «TUTTO PREVISTO» - Fini si dice «per nulla infastidito» dalla contestazione. «Era una manifestazione ampiamente prevista ed era anche ampiamente previsto che fosse così scarso il numero dei partecipanti - ha detto -. Giovedì sui giornali ci sarà solo la contestazione. Se io avessi detto qualcosa di inerente qualche polemica in corso, giovedì i titoli dei giornali sarebbero su quello. L'informazione dovrebbe anche veicolare un dibattito che non sia solo: "Tizio ha detto, Caio ha fatto". Il mio auspicio è che soprattutto il servizio pubblico informi su quello che le forze politiche vogliono fare in Europa». Il rettore Luigi Frati ha sottolineato che gli studenti che protestavano sono «meno dello 0,1 per mille del totale, ammesso che fossero tutti della Sapienza». «Io sono abituato alle contestazioni» ha concluso Frati. E Fini: «A me lo dice?». Il presidente della Camera ha ricevuto la solidarietà del Pd: «Crediamo sia un errore trasformare le legittime occasioni di manifestazione del pensiero e delle posizioni politiche in un'occasione di insulto nei confronti delle istituzioni e di chi le rappresenta» ha detto il portavoce Andrea Orlando.

STRISCIONI - I manifestanti hanno preso di mira in particolare le due leggi che portano il nome dell'attuale presidente della Camera, quella sull'immigrazione e quella sulla droga. Cantavano in coro «Non abbiamo fiducia di voi» e hanno esposto striscioni e cartelli contro il governo: «La sicurezza del potere: controllo e repressione», «Frati e baroni, Fini e buffoni», «Complici del massacro di Gaza». E un molto esplicito: «Fini-tela». Tra i manifestanti e le forze dell'ordine anche un piccolo parapiglia quando i giovani hanno cercato di occupare le gradinate dell'università
. Il rettorato, dove si è tenuta la lezione, è stato circondato da agenti in tenuta antisommossa per impedire che gli universitari potessero raggiungere l'aula magna.

giovedì 15 gennaio 2009

Contro l'aggressione israeliana..

Appello del mondo intellettuale italiano contro l’aggressione israeliana a Gaza

31 dicembre 2008


È di poche ora fa la notizia che il governo israeliano, capeggiato da un leader sconfitto e corrotto, Ehud Olmert, ha rifiutato la pur tardiva richiesta dell’Unione Europea, di concedere alla popolazione di Gaza stremata, una tregua umanitaria di 48 ore nell’operazione militare che, con proterva arroganza, è stata chiamata Piombo fuso. La notizia ci addolora e ci indigna; ma non ci sorprende. Il governo israeliano sta passando, nei confronti dei palestinesi, dalla politica della persecuzione a quella della eliminazione. Come non vedere negli eventi in corso, non da oggi, una tremenda analogia con quello che il popolo ebraico ha subìto? Ma le ingiustizie patite non danno titolo, né morale né politico, a produrre altre ingiustizie ai danni dei più deboli. Come operatori nel mondo della ricerca, dell’università, della scuola, della comunicazione, delle arti, dello spettacolo, intendiamo denunciare l’informazione menzognera dei media; e, d’altro canto, la viltà – e talora complicità – della classe politica italiana (con impercettibili distinguo nel suo seno).
Non paghi di aver, nel corso dell’anno, tributato grandi onori allo Stato d’Israele, che festeggiava il suo 60°, dimentichi che quello stesso anniversario ricordava, agli altri, gli arabi di Palestina, la catastrofe del loro popolo (la Nakba), politici, opinionisti, organizzatori culturali (insomma ,“l’élite italiana”), stanno ora di nuovo dimostrando una stupefacente smemoratezza e una disonestà che lascia allibiti. D’altronde con “l’unica democrazia del Medio Oriente”, come si continua a ripetere, l’Italia (e la Comunità Europea) ha accordi pesanti di collaborazione militare, politica e scientifica.
Mentre le bombe continuano a falciare vite, nel pieno delle festività di fine anno, e si minaccia un attacco di terra, da noi, in nome di un conclamato quanto ingannevole spirito di equidistanza si pongono sullo stesso piano i razzi sparati sulle città del Sud di Israele (che, peraltro, costituiscono una forma di resistenza all’invasione), con l’osceno massacro indiscriminato in atto a Gaza, già ridotta allo stremo da un embargo illegittimo e immorale. E, adottando la posizione israeliana e statunitense, si chiede ad Hamas di cessare le azioni militari, come passo indispensabile per ottenere una tregua. Si accusa Hamas, che non si dimentica mai di etichettare come “organizzazione terroristica” (il che non cancella i nostri dissensi politici e per molti aspetti ideali, da Hamas), di aver rotto la tregua in atto da tempo: mentendo, perché durante quella “tregua” fittizia, numerosi palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani, i quali hanno anche rapito e sequestrato ministri (in numero di 8) e del legittimo governo di Hamas e deputati del Parlamento (15), nell’indifferenza della “comunità internazionale”.
Si insiste sul fatto che Hamas si è “impadronita” di Gaza con le armi, dimenticando che Hamas ha vinto libere elezioni, e un colpo di Stato (con il sostegno israeliano, statunitense e gli applausi europei), gli ha negato il governo del Paese, usando Abu Mazen se non come un Quisling, un vero collaborazionista, certo come una sponda utile. Si accetta la versione dell’attaccante che ci “informa” di colpire solo obiettivi militari, e si finge di non sapere che fra tali obiettivi sono sedi universitarie, ospedali, moschee. Si deplorano i morti civili (secondo stime ufficiali dell’Onu al 25% della popolazione nei primi giorni dell’attacco israeliano, molti dei quali adolescenti e bambini, ai quali è impedita la stessa possibilità di cura, per mancanza di medicinali e di strumentazione, a causa del blocco israeliano), ma si dimentica che da anni Gaza è il più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo. E che ebrei sono – questo il terribile paradosso – gli aguzzini di quel campo, mentre arabi sono gli internati, ai quali, da anni, vengono negati i più elementari diritti, a cominciare dal diritto stesso alla sopravvivenza.
Il blocco di Gaza è una delle pagine più buie di Israele, a cui noi non chiediamo nulla, convinti che la sua politica sia destinata a produrre effetti contrari a quelli perseguiti e che l’odio che sta seminando non solo nella regione, ma in tutto il mondo, non potrà che accrescersi e produrre conseguenze disastrose per uno Stato che ritiene di poter governare tutto secondo il principio della forza, non solo rispetto ai palestinesi, ma all’intera comunità internazionale, della quale si fa beffe (si pensi al mancato rientro di Israele nei confini pre-1967, malgrado le innumerevoli risoluzioni dell’Onu). E abbiamo pietà degli israeliani che oggi festeggiano i circa 400 palestinesi uccisi nelle prime ore dell’operazione Piombo fuso. La loro danza macabra testimonia come un’intera società possa corrompersi moralmente (compresa la gran parte dei cosiddetti intellettuali israeliani dissidenti), sotto il segno della guerra permanente.
La guerra odierna è tutt’altro che improvvisata: proprio come due anni e mezzo fa, nell’estate 2006, soltanto un vaghissimo pretesto fu trovato nella cattura di un soldato israeliano da parte di Hezbollah, per l’infelice attacco al Libano, oggi il pretesto sono i razzi Kassam sparati da Gaza. Questa guerra che gli stolti salutano come benefica, oggi, porterà a loro – e purtroppo ad altri – nuove morti, nuove distruzioni, nuove sofferenze, allontanando ogni possibile pace.
Chiediamo a quanti operano nei nostri ambienti di adoperarsi, con tutti i mezzi a loro disposizione, per denunciare l’occultamento e il capovolgimento della verità che, assecondando la campagna propagandistica israeliana, che ha accuratamente preparato il terreno per l’attacco, si sta mettendo in campo: oggi, più che mai, la propaganda non è un semplice strumento di guerra: è essa stessa guerra. E nell’asimmetria delle “nuove guerre”, questa scatenata da Israele sul finire di un anno terribile, passerà alla storia, forse, come la guerra ai bambini.
A noi rimane lo strumento della denuncia affinché davanti all’“informazione” manipolata e corriva, abbia libero corso il sapere critico, la riflessione informata, l’educazione delle coscienze. Ora, per avviare la nostra mobilitazione, ribadiamo che all’intellettuale spetta il duro compito, se vuole salvare non la propria “genialità”, ma la propria “dignità”, di gridare sui tetti la verità. Studieremo, nei prossimi giorni, eventuali iniziative comuni, per portare avanti la nostra azione. Ma fin d’ora, anche se servisse a poco e a pochi, pensiamo di non poter rimanere inerti, complici o succubi, davanti alle immagini che ci giungono da Gaza sotto le bombe, alle carni martoriate di quei bimbi innocenti, alle macerie fumanti di una comunità che non si arrende, e che, perciò, rischia l’annientamento, mentre noi stappiamo le nostre preziose bottiglie di champagne.

Angelo d’Orsi (Storico, Università di Torino)

Post scriptum (5 gennaio 2009)
Da circa 48 ore Israele, nell’impotenza colpevole della “comunità internazionale”, ha dato avvio all’attacco di terra. Le bombe non bastavano. Il massacro va intensificato, e l’operazione Piombo fuso va portata alle estreme conseguenze: non “distruggere Hamas”, ma rendere impossibile una resistenza palestinese agli occupanti: come può l’Italia, che la resistenza in armi l’ha fatta, negare analogo diritto ai Palestinesi? L’attacco di terra, in una delle zone a più alta densità demografica del mondo, significa deliberatamente, scientemente, produrre morti tra i civili: d’altronde, è vero o non è vero che gli israeliani temono da parte araba soprattutto “la bomba demografica”? E, allora, avanti con il fuoco, passando dall’“operazione militare” a una guerra vera e propria. A chi chiedeva una tregua umanitaria, o l’apertura di “corridoi” per lasciar entrare a Gaza medici e medicine, il governo di Tel Aviv ha risposto con un cinico “no”: non è utile, si è precisato con arroganza spaventosa, ora una “tregua umanitaria”. A quanti parlano di un “reciproco” cessate-il-fuoco occorre rispondere che è inaccettabile porre sullo stesso piano aggrediti e aggressori, chi esercita il legittimo diritto di resistenza e chi, dopo aver ridotto alla fame 1.800.000 persone, le sta massacrando. I morti accertati sono già oltre 500, tra i Palestinesi, di cui più di un quarto civili; tra gli israeliani sono 4. Siamo a una sproporzione di forze e di mezzi mostruosa, che produce, come stiamo constatando, una sperequazione oscena di vittime; ma si tratta anche di una sproporzione di idealità: gli uni lottano per imporre le loro condizioni-capestro, tipiche di una potenza (sub)imperiale, gli altri per liberarsi e avere uno Stato. Alla guerra di aggressione, si contrappone la guerra di sopravvivenza. Si possono avere dubbi? Si può essere “equidistanti”? E, soprattutto, si può tacere?
Nota – Questo post scriptum impegna unicamente l’estensore dell’Appello. Gli aderenti hanno sottoscritto il testo del 31 dicembre 2008.

Onda vs. massacro

Roma, 17 gennaio ’09 - Appello della Sapienza "Fermiamo il massacro!"

Stop Occupation! Free Palestine!

Roma - Giovedì 15 gennaio 2009

Sono quasi mille le vittime, quasi tutte vittime civili, oltre trecento i bambini, uccisi prima dalla furia devastatrice dell’attacco aereo, poi dall’esercito di terra. Spazzati via gli aiuti dell’Onu, stracciate le tre ore di tregua giornaliera, oscurata l’informazione. La guerra di Israele contro Hamas è in verità un massacro, la striscia di Gaza, un lager a cielo aperto.
Una guerra, l’operazione «piombo fuso», preparata con cura e anticipata da un embargo violentissimo che per mesi ha impedito l’intervento umanitario a sostegno della popolazione civile. Gaza è una prigione, una prigione di morte che non risparmia nessuno, a Gaza si esprime un nuovo atto di quella guerra globale al terrorismo che dal 2001 non ha smesso di creare catastrofi umanitarie e politiche senza precedenti.
Chiaramente stiamo parlando di un conflitto, quello israelo-palestinese che ha una storia lunga, una storia fatta di colonialismo e violenza (l’occupazione da parte di Israele dei territori a partire dal 1967). Nello stesso tempo questa continuità drammatica ha subito in questi anni, dall’assedio di Ramallah ad Arafat nel 2002 fino alla vittoria elettorale di Hamas nel 2006, una mutazione tutt’altro che marginale. La scena palestinese si è frammentata e divisa, basta pensare alle dichiarazioni di Abu Mazen durante l’inizio dell’attacco di terra o alle attività repressive in Cisgiordania. Su tutto, poi, sembra giocare un peso enorme non solo la vicenda libanese dell’estate del 2006, quanto il ruolo di Teheran e la sfida atomica lanciata da Ahmadinejad: questi due elementi sembrano più di altri, sicuramente più dei pochi ed inefficaci missili lanciati da Hamas (formazione integralista, ricordiamolo, rafforzata e non depotenziata dall’escalation militare di Israele), essere causa della violenza devastatrice di Israele.
Queste sono considerazioni importanti che ci aiutano ad inquadrare meglio quanto sta accadendo, fuori da ogni schema ideologico, nella consapevolezza che non esistono soluzioni facili ai problemi che sono in campo e che stanno nuovamente immergendo nel sangue le terre palestinesi.
Nulla di tutto ciò però, ci impedisce di pensare in termini netti la nostra ostilità alla guerra, al massacro dei civili! Nulla di tutto ciò ci impedisce di desiderare la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese!
Le mobilitazioni mondiali di questi giorni, inoltre, ci dimostrano che questa sensibilità è diffusa e che i palestinesi non sono soli. Sabato 17 ci sarà una grande manifestazione nazionale a Roma e ci sembra necessario dire la nostra e partecipare. Le battaglie che ci hanno visto protagonisti in questi mesi parlano di un conflitto, quello sulla formazione, che non si è ancora chiuso e che sarà al centro delle nostre future mobilitazioni, nello stesso tempo riteniamo fondamentale che l’università, le scuole, gli studenti, non siano indifferenti a quanto sta accadendo nel mondo e in Medio oriente.
Per questo proponiamo di dare vita all’interno del corteo ad uno spezzone universitario e studentesco che sappia dire con rabbia ed indignazione che la guerra deve cessare.

Appuntamento h 14 P. Aldo Moro (poi ci si muove verso il concentramento del corteo)

Stop Occupation!
Free Palestine!

Sapienza in Onda

lunedì 12 gennaio 2009

The Anomalous..under construction

L’anomalia ancora da costruire

di Benedetto Vecchi

Venerdì 9 gennaio 2009

L’onda si forma, cresce e poi rifluisce. È un fatto noto, ma se è anomala può infrangere ogni modello di analisi. E il movimento contro le proposte del ministro Mariastella Gelmini ha subito dichiarato la sua anomalia. Anche quando sembrava che avesse lasciato il posto alla risacca, ha mandato a dire che non voleva essere un movimento dipendente dalle azioni del potere politico, sia che vestisse le divise istituzionali che gli abiti di un qualche partito, sia che fosse presente o non in Parlamento. E quando ha pacificamente paralizzato, almeno a Roma, cioè nella capitale, sede del parlamento, la vita pubblica già affermava che quella invasione della città era solo un assaggio della sua potenza.
Ma poi la parola è passata a Mariastella Gelmini, che, se su YouTube invitava al confronto, nelle stanze segrete del ministero stilava pessimi decreti attuativi della riforma della scuola primaria e modificava il decreto legge sull’Università. Ieri, infine, il voto in Parlamento che ha approvato la nuova versione. Sulle modifiche introdotte non c’è molto da dire. Gli ottimisti potrebbero dire che è solo maquillage, i pessimisti che sono peggiorative.

Più realisticamente si può dire che il ministro rompe ogni indugio e mette nero su bianco un tassello importante nel progetto di una differenziazione dei finanziamenti alle università, al fine di creare centri di eccellenza e università di «secondo piano». E che uno dei criteri portanti è dato dalla riduzione dei costi del personale. Una logica aziendalista denunciata nei mesi scorsi, ma le modifiche introdotte, stabilendo che sia il bilancio a stabilire quali gli atenei meritevoli e quelli no, la dicono lunga sullo stile di pensiero attorno alla formazione di questa compagine governativa.

Quando dal governo giunse la dichiarazione che il decreto non sarebbe stato rinnovato per presentare una proposta organica di riforma, in molti scrissero che se non era una vittoria piena le mobilitazioni erano riuscite almeno a mettere in difficoltà Silvio Berlusconi. Ma i decreti attuativi e il voto di ieri mettono in evidenza una strategia del governo, che dovrebbe far riflettere. Il governo, infatti, di fronte al conflitto sociale ha scelto una precisa strategia. Si dice sempre disposto al dialogo, sceglie un basso profilo rispetto alle manifestazioni di piazza, ma poi quando le mobilitazioni perdono intensità riprende il suo cammino come se nulla fosse accaduto. Un cambiamento di strategia rispetto alla precedente esperienza governativa di Silvio Berlusconi, quando il cavaliere mostrava il volto duro del decisionista che non indietreggiava di fronte a nulla.

La prola torna adesso all’Onda per dimostrare la sua anomalia. Vuol creare una propria agenda politica senza diventare una variabile dipendente di nessuno. Non vuole cedere alle lusinghe di chi la corteggia; sostiene semmai che i suoi soli e naturali alleati sono gli altri movimenti sociali. Una strategia espositiva delle proprie ragioni che paga in termini di consenso, perché mostra una capacità autonoma di elaborazione. Ma proprio perché vuole essere una forma specifica dell’agire politico, l’Onda è costretta a misurarsi con i nodi della politica. La costruzione del consenso, ovviamente, ma anche la necessità di dare continuità alla propria azione. Assieme a una lettura dei rapporti sociali vigenti. E di conseguenza il nodo del potere e delle alleanza da stabilire. Se la scelta è di non delegare alle forze politiche la rappresentanza delle proprie proposte è con questo ordine del discorso che si misura un sempre un movimento sociale.

Il filosofo francese Alain Badiou ha scritto che la politica si può pensare solo in casi eccezionali, quando cioè si crea una rottura nel tempo lineare dell’esercizio del potere. Solo in questi casi, afferma Badiou, la politica può essere pensata. È difficile sostenere che la realtà italiana sia in questa situazione. Eppure l’Onda ha accumulato sapere critico, una vision innovativa sul tentativo di trasformare il sistema della formazione in una struttura di servizio delle imprese. È finora sfuggita anche alla tentazioni di trasformarsi in un movimento che privilegia una single issue, lasciando così ad altri il compito di trovare una praticabilità politica di quella «questione». Non riesce però a pensare politicamente la parzialità da cui guarda la totalità dei rapporti sociali. Urgenza data anche da una crisi economica che sta radicalmente e ferocemente cambiando il panorama sociale e le caratteristiche del capitalismo che sin qui è stato variamente chiamato neoliberista, postfordista o cognitivo.

Nei mesi scorsi l’Onda ha mandato a dire che è fatta di uomini e donne che non «mollano mai»; che l’Università è diventata un nodo importante nella produzione della ricchezza e che i progetti di riforma vogliono legittimare il fatto di trasformarla in attività direttamente produttiva. Tematiche e attitudini al conflitto che devono fare i conti con una politica istituzionale che fonda la sua legittimità nell’investitura avuta nel voto elettorale. Ma se si vuole incrinare il monopolio della decisione politica occorre che quei temi e attitudini diventino discorso programmatico. Innovando dunque le forme di agire politico e di organizzazione, evitando così i vicoli ciechi del passato.

L’anomalia è uno stile di pensiero e di agire politico da sperimentare. Anche perché altrimenti un’onda è destinata sempre alla risacca. L’anomalia va quindi inventata in una pratica culturale e politica dove nulla è dato per scontato. Neppure quello che sembrava acquisito.

Articolo pubblicato sul Manifesto il 9 gennaio 2009

venerdì 9 gennaio 2009

L'abc del decreto Università

Da "Il Sole 24 Ore" del 7 gennaio '09:

L'abc del decreto Università

di Nicoletta Cottone

È previsto per domani 8 gennaio il varo definitivo della legge di conversione del decreto Università da parte dell'aula di Montecitorio. Oggi il voto di fiducia. Fra le novità contenute nel provvedimento, arriva una Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, con l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. Modificata la disciplina della chiamata diretta nelle università. Novità anche per il Consiglio nazionale degli studenti universitari: cambia la durata del mandato dei componenti, che sale da 2 a 3 anni. Viene integrato il fondo per il finanziamento dei progetti per la realizzazione di alloggi e residenze universitarie per un importo pari a 65 milioni di euro e arriva un incremento di 135 milioni di euro del fondo di intervento integrativo (articolo 16 della legge 390/1991), per garantire la concessione di borse di studio agli studenti capaci e meritevoli. Introdotto l'obbligo di pubblicità delle attività di ricerca delle università. Ogni anno, in sede di approvazione del conto consuntivo relativo all'anno precedente, il rettore presenterà al Consiglio di amministrazione e al Senato accademico una relazione relativa ai risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico e ai finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. La relazione sarà pubblicata sul sito dell'ateneo e trasmessa al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. La mancata pubblicazione e trasmissione saranno valutate anche ai fini dell'attribuzione delle risorse finanziarie a valere sul Fondo di finanziamento ordinario delle università (Ffo) e sul Fondo straordinario, ad integrazione delle disponibilità del Ffo, previsto dalla legge finanziaria per il 2008. Il provvedimento prevede anche interventi per la qualità del sistema universitario: a decorrere dal 2009, una quota non inferiore al 7% del Fondo di finanziamento ordinario delle università e del Fondo straordinario previsto dalla Finanziaria per il 2008, destinata ad incrementarsi progressivamente negli anni successivi, sarà ripartita fra le università in base alla qualità dell'offerta formativa e dei risultati dei processi formativi, alla qualità della ricerca scientifica, alla qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche. No all'indizione di procedure concorsuali e di valutazione comparativa e no all'assunzione di personale per le università statali che alla data del 31 dicembre di ogni anno abbiano superato il livello massimo di spesa per il personale di ruolo (legge 449/1997), ai sensi del quale le spese fisse e obbligatorie per il personale di ruolo delle università statali non possono eccedere il 90% dei trasferimenti statali sul Fondo per il finanziamento ordinario delle università. Disposizioni per collegare l'incremento stipendiale dei professori universitari ordinari e associati a una valutazione da parte dell'autorità accademica dell'attività svolta. Ecco, voce per voce, il contenuto del provvedimento nell'abc del decreto università.

Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori (articolo 3-bis). Arriva presso il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca una Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascuno l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. Sarà un decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca a individuare modalità e criteri per la costituzione dell'Anagrafe, che non deve determinare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. L'aggiornamento dell'Anagrafe avrà periodicità annuale.

Chiamata diretta nelle università (articolo 1-bis). Nuova disciplina per la chiamata diretta nelle università. Gli atenei, nell'ambito delle relative disponibilità di bilancio, possono procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato e di ricercatore mediante chiamata diretta: di studiosi impegnati all'estero da almeno un triennio in attività di ricerca o insegnamento universitario, che ricoprano una posizione accademica equipollente in istituzioni universitarie estere; di studiosi che abbiano già svolto per chiamata diretta autorizzata dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, nell'ambito del "Programma di rientro dei cervelli", un periodo di almeno 3 anni di ricerca e di docenza nelle università italiane e conseguito risultati scientifici congrui rispetto al posto per il quale ne viene proposta la chiamata. Le università devono formulare specifiche proposte al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, che concede o rifiuta il nulla osta alla nomina, previo parere del Consiglio universitario nazionale (Cun). La procedura si differenzia, invece, per la chiamata diretta di studiosi di chiara fama ai fini della copertura di posti di professore ordinario, che deve sempre avvenire nell'ambito delle disponibilità di bilancio. In questi casi il nulla osta del ministro è preceduto dal parere di una commissione nominata dal Cun, composta da tre professori ordinari, appartenenti al settore scientifico-disciplinare per il quale è proposta la chiamata. La nomina dello studioso di chiara fama è disposta con decreto del rettore, con il quale è determinata la classe di stipendio sulla base della eventuale anzianità di servizio e di valutazioni di merito. Non devono derivare nuovi oneri a carico della finanza pubblica. Cambia la composizione delle commissioni giudicatrici delle procedure di valutazione comparativa per posti di professore ordinario, professore associato e ricercatore universitario.

Commissioni giudicatrici (articolo 1, commi da 4 a 9). Il provvedimento introduce una disciplina transitoria, che modifica i criteri di composizione delle commissioni giudicatrici delle procedure di valutazione comparativa per posti di professore ordinario, professore associato e ricercatore universitario. Rispetto al quadro normativo descritto, la nuova composizione delle commissioni di concorso prevede la presenza di un professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando (su questo punto non si registrano novità) e di 4 professori ordinari non appartenenti alla facoltà che ha richiesto il bando, sorteggiati in una lista di commissari eletti fra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del medesimo bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo è attribuito ai professori ordinari e straordinari appartenenti al medesimo settore scientifico-disciplinare. L'elettorato passivo per la lista spetta ai soli professori ordinari, appartenenti al settore scientifico-disciplinare del bando. Il sorteggio viene, quindi, effettuato su una lista di commissari eletti in numero triplo rispetto al numero dei commissari esterni complessivamente necessari nella sessione per lo svolgimento dei concorsi relativi a ciascun settore scientifico disciplinare. Se il settore scientifico-disciplinare è costituito da un numero di professori ordinari pari o inferiore al necessario, la lista è costituita da tutti gli appartenenti al settore e può essere integrata mediante elezione di appartenenti a settori affini. Fra le novità introdotte nel corso dell'esame al Senato del provvedimento, se il numero dei professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del bando, come integrato dai professori ordinari appartenenti ai settori affini, risulti comunque inferiore al numero necessario, si procede direttamente al sorteggio. Il sorteggio deve garantire, ove possibile, che almeno due dei commissari sorteggiati appartengano al settore disciplinare oggetto del bando. Previsto che, ove possibile, ciascun commissario partecipi, per ogni fascia e per ogni settore, a una sola commissione per ciascuna sessione. I nuovi meccanismi di composizione delle commissioni per il reclutamento di ricercatori universitari, si applicano in attesa del riordino delle relative procedure e, comunque, fino al 31 dicembre 2009. Le commissioni per il reclutamento di ricercatori siano composte da: un professore ordinario o da un professore associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando; due professori ordinari non appartenenti alla facoltà che ha richiesto il bando, sorteggiati in una lista di commissari eletti fra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del medesimo bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo è costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al medesimo settore scientifico-disciplinare. Il sorteggio è effettuato in modo da assicurare, ove possibile, che almeno uno dei commissari sorteggiati appartenga al settore disciplinare oggetto del bando. Il meccanismo individuato è, dunque, sostanzialmente analogo a quello previsto per i concorsi per posti di professore. Le modalità di svolgimento delle elezioni, comprese le elezioni suppletive ove necessarie, e le modalità del sorteggio sono stabilite con decreto di natura non regolamentare del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, da adottare entro il 30° giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione. È comunque previsto che si applichino, in quanto compatibili con il decreto, le disposizioni del regolamento del Dpr 117/2000. Con decreto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca viene nominata una commissione a livello nazionale, composta da 7 professori ordinari designati dal Cun fra gli appartenenti con il compito di sovraintendere allo svolgimento delle operazioni di votazione e di sorteggio e provvedere, nella prima adunanza, a certificare i meccanismi di sorteggio per la proclamazione degli eletti nelle commissioni dei singoli concorsi. Le operazioni di sorteggio sono pubbliche. La partecipazione alle attività della commissione non comporta compensi, né rimborsi spese. Dall'attuazione delle disposizioni non devono derivare oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. Nuove disposizioni relative alle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento di ricercatori, con i parametri per la valutazione dei candidati. La disposizione si applica solo alle procedure bandite successivamente alla data di entrata in vigore del decreto. Previsto che la valutazione sia effettuata sulla base dei titoli – illustrati e discussi dinanzi alla commissione, - e delle pubblicazioni dei candidati, compresa la tesi di dottorato. Con decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, di natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, sentito il Cun, saranno definiti i parametri da utilizzare, riconosciuti anche in ambito internazionale. Previsti effetti retroattivi: le disposizioni di cui al comma 5 si applicano alle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori indette prima della data di entrata in vigore del decreto, per le quali non si sono ancora svolte, alla medesima data, le votazioni per la costituzione delle commissioni. Eventuali disposizioni dei bandi già emanati, gli atti, le procedure già avviate per la costituzione delle commissioni, sia per i posti da professore che da ricercatore, non conformi alle disposizioni del decreto, sono privi di effetto. In materia di elettorato attivo e passivo dei professori universitari, i professori universitari che non usufruiscono del periodo di prosecuzione del rapporto di lavoro (articolo 16 del Dlgs 503/1992), conservano entrambi gli elettorati ai fini della costituzione delle commissioni di valutazione comparativa per posti di professore e ricercatore universitario, comunque non oltre il 1° novembre successivo al compimento del 62mo anno di età. Possibilità di riapertura del termine per la presentazione delle domande di partecipazione alle procedure di valutazione comparativa dei professori e dei ricercatori universitari per le quali il termine medesimo sia scaduto o sia ancora aperto alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Le università possono, infatti, fissare un nuovo termine di scadenza, comunque non successivo al 31 gennaio 2009, ferme restando tutte le prescrizioni del bando, incluse quelle relative ai termini temporali di possesso dei titoli e delle pubblicazioni che i candidati possono allegare. Gli enti di ricerca sono esclusi dall'obbligo di ridurre la spesa per il personale non dirigenziale di almeno il 10 per cento.

Consiglio nazionale degli studenti universitari (articolo 3, comma 3-bis). Cambia la durata del mandato dei componenti del Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), che sale da 2 a 3 anni (entro questo termine coloro che conseguono la laurea triennale non decadono dalla carica qualora si iscrivano a un corso di laurea specialistica entro l'anno accademico successivo al conseguimento della laurea stessa. Il mandato è rinnovabile una sola volta).

Copertura finanziaria (articolo 4). Per il turn-over per le università statali gli oneri sono pari a 24 milioni di euro nel 2009, a 71 milioni di euro nel 2010 e a 141 milioni di euro a decorrere dal 2011. Per la copertura degli oneri è prevista la riduzione lineare delle dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun ministero, secondo gli importi indicati nell'elenco 1 allegato al decreto. Escluse dalle riduzioni le spese indicate nell'articolo 60, comma 2, del decreto legge112/2008 (stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse; spese per interessi; poste correttive e compensative delle entrate, comprese le regolazioni contabili con le regioni; trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obbligatoria; fondo ordinario delle università; risorse destinate alla ricerca; risorse destinate al finanziamento del 5 per mille delle imposte sui redditi delle persone fisiche; risorse dipendenti da parametri stabiliti dalla legge o derivanti da accordi internazionali) e quelle connesse all'istruzione e all'università.

Diritto allo studio dei meritevoli (articolo 3). Agevolazioni per garantire il diritto allo studio universitario agli studenti capaci e meritevoli. Per il 2009 integrazione del fondo per il finanziamento dei progetti per la realizzazione di alloggi e residenze universitarie (legge 338/2000), per un importo pari a 65 milioni di euro. Il fondo per il concorso dello Stato per interventi per alloggi e residenze per gli studenti universitari ha, nella legge di bilancio 2009 (tabella 7), una dotazione pari a 44,6 milioni di euro, con una riduzione di 12,5 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Dunque l'ammontare del fondo per il 2009 sarebbe di 109,6 milioni di euro. Per il 2009 incremento del fondo di intervento integrativo (articolo 16 della legge 390/1991), per un importo di 135 milioni di euro, per garantire la concessione di borse di studio agli studenti capaci e meritevoli. Il Fondo di intervento integrativo da ripartire fra le regioni per la concessione dei prestiti d'onore e la concessione delle borse di studio ha, nella legge di bilancio 2009 (tabella 7), una dotazione pari a 111,9 milioni di euro, con una diminuzione di 40,1 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Per effetto della disposizione del decreto legge, dunque, l'ammontare del fondo per il 2009 sarebbe pari a 246,9 milioni di euro. Alla copertura finanziaria si fa fronte con le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate (articolo 61 della legge 289/2002), relative alla programmazione per il periodo 2007-2013 che, a tale scopo, sono prioritariamente assegnate dal Cipe al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. A valere sul Fas, secondo la modifica introdotta dal Senato, sono previsti 65 milioni di euro per l'incremento delle risorse per le residenze e gli alloggi universitari e 405 milioni di euro per le borse di studio.

Entrata in vigore (articolo 5). Il provvedimento entra in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Ordinamenti didattici delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica (articolo 3-quinquies). In relazione agli ordinamenti didattici delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam) si prevede che con decreti ministeriali emanati in attuazione dell'articolo 9 del Dpr 212/2005, siano determinati gli obiettivi formativi e i settori artistico disciplinari entro i quali le istituzioni, nella loro autonomia, individueranno gli insegnamenti da attivare.

Pubblicità delle attività di ricerca delle università (articolo 3-quater). Viene introdotto l'obbligo di pubblicità delle attività di ricerca delle università. Annualmente, in sede di approvazione del conto consuntivo relativo all'anno precedente, il rettore presenterà al Consiglio di amministrazione e al Senato accademico una relazione relativa ai risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico e ai finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. La relazione sarà pubblicata sul sito dell'ateneo e trasmessa al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. La mancata pubblicazione e trasmissione saranno valutate anche ai fini dell'attribuzione delle risorse finanziarie a valere sul Fondo di finanziamento ordinario delle università (Ffo) e sul Fondo straordinario, ad integrazione delle disponibilità del Ffo, previsto dalla legge finanziaria per il 2008.

Qualità del sistema universitario (articolo 2). Disposizioni per la qualità del sistema universitario: a decorrere dal 2009, una quota non inferiore al 7% del Fondo di finanziamento ordinario delle università e del Fondo straordinario previsto dalla Finanziaria per il 2008 (articolo 2, comma 428), destinata a incrementarsi progressivamente negli anni successivi, sarà ripartita fra le università in base alla qualità dell'offerta formativa e dei risultati dei processi formativi, alla qualità della ricerca scientifica, alla qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche. Il fattore di valutazione riferito alla sedi didattiche non si considera in sede di prima applicazione. La ripartizione delle risorse sarà definita con decreto di natura non regolamentare del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, da adottare, in sede di prima applicazione, entro il 31 marzo 2009, sentiti il Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e il Cnvsu (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario).

Reclutamento in università ed enti di ricerca (articolo 1, commi da 1 a 3). Fissati alcuni divieti per le università statali che alla data del 31 dicembre di ogni anno abbiano superato il livello massimo di spesa per il personale di ruolo (legge 449/1997), ai sensi del quale le spese fisse e obbligatorie per il personale di ruolo delle università statali non possono eccedere il 90% dei trasferimenti statali sul Fondo per il finanziamento ordinario delle università. È previsto che le università statali che alla data del 31 dicembre di ogni anno abbiano superato questo limite, non possano procedere all'indizione di procedure concorsuali e di valutazione comparativa, né all'assunzione di personale. Salva la norma che ha prorogato al 31 dicembre 2008 la disposizione relativa alle voci di costo da considerare nel computo del 90 per cento. Nel corso dell'esame al Senato è stato stabilito che si fanno salve, rispetto al divieto posto, le assunzioni relative alle procedure concorsuali per ricercatore già espletate e a quelle che si stanno espletando, senza che ciò comporti oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. Prorogata ulteriormente al 31 dicembre 2009 la norma in base alla quale, ai fini del calcolo del limite del 90% quale livello massimo di spesa per il personale sul totale dei trasferimenti statali disposti annualmente attraverso il Fondo di finanziamento ordinario, non si computano gli incrementi stipendiali annuali e un terzo della spesa per il personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. Le università che hanno superato il limite massimo di spesa per il personale di ruolo sono escluse dalla ripartizione dei fondi relativi agli anni 2008-2009 (articolo 1, comma 650, della Finanziaria per il 2007), per l'attuazione del piano straordinario di assunzione di ricercatori. Sul fronte del turn-over, fermi restando i limiti in materia di programmazione triennale, per il triennio 2009-2011, le università possono procedere, per ogni anno, ad assunzioni di personale nel limite di un contingente corrispondente a una spesa pari al 50% di quella relativa al personale a tempo indeterminato cessato dal servizio nell'anno precedente. Viene, dunque, elevato dal 20 al 50% il limite al turn-over previsto dalla prima formulazione dell'articolo 66 del decreto legge 112/2008. Il parametro al quale fare riferimento, per le assunzioni di personale nelle università, è rappresentato unicamente dalla spesa, e non anche dal numero delle unità cessate nell'anno precedente. Vengono fatte salve le assunzioni di ricercatori previste in attuazione del piano straordinario di assunzione (articolo 1, comma 648, della Finanziaria per il 2007, nei limiti delle risorse residue previste dal comma 650). Per le novità in tema di turn-over il Fondo per il finanziamento ordinario delle università viene integrato nel 2009 di 24 milioni di euro, nel 2010 di 71 milioni di euro, nel 2011 di 118 milioni di euro, dal 2012 di 141 milioni di euro.

Valutazione dell'attività di ricerca (articolo 3-ter). Disposizioni per collegare l'incremento stipendiale dei professori universitari ordinari e associati a una valutazione da parte dell'autorità accademica dell'attività svolta. Gli scatti biennali previsti dagli articoli 36 e 38 del Dpr 382/1980, destinati a maturare a partire dal 1° gennaio 2011, saranno disposti previo accertamento da parte della autorità accademica dell'effettuazione, nel biennio precedente, di pubblicazioni scientifiche. L'entità dello scatto biennale viene diminuita della metà nel caso in cui nel biennio precedente alla valutazione non siano state effettuate pubblicazioni scientifiche. I criteri per identificare il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca. Non potranno partecipare alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento rispettivamente, di professori di I e II fascia e di ricercatori, i professori di I e II fascia e i ricercatori che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche.

7 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

Federico Tommasello intervista Marco Revelli

L’anno appena nato segna il ventesimo anniversario di uno dei fatti più
rilevanti e simbolici del secolo scorso: la caduta del muro di Berlino.
Cominciamo dai tuoi ricordi, dalle emozioni del momento, da una prima
lettura di quell’evento anche nel tentativo di dire se esso fu un vero e
proprio evento rivoluzionario oppure un fatto fra gli altri in quegli
anni di grande cambiamento, enfatizzato e utilizzato dai vincitori in
termini simbolici?

Provo a mettere in fila una serie di questioni, alcune poste in modo più
impressionistico, diciamo così, altre con un maggior sforzo di
razionalizzazione… La prima osservazione – la più impressionistica di
tutte – riguarda il valore simbolico dei muri. E da questo punto di
vista i muri non sono difendibili: nessun muro è difendibile.
Simbolicamente – ma i simboli esprimono gli aspetti più profondi del
nostro comune sentire -, i muri comunicano chiusura, negazione di
libertà, limitazione ed esclusione. Contro i muri si fucilano le
persone, attraverso i muri le si segregano. L’impossibilità di
attraversare è impossibilità di comunicare. I muri sono solo un simbolo
negativo, rappresentano la peggiore delle tentazioni umane, quella di
rinchiudere e rinchiudersi. Perciò quando cade un muro la prima
sensazione non può essere altro che di liberazione.
Il che ci porta a una seconda osservazione, più storica: che è avvenuto
quando è caduto quel muro? Allora noi tutti – il mondo intero potremmo
dire - abbiamo assistito anzitutto ad un evento mediatico, che si poteva
vedere in diretta, con le immagini di Rostropovich che suonava al
violoncello l’Inno alla gioia sotto il muro, e i ragazzi seduti a
cavalcioni su quell’oggetto che era stato fino ad allora intoccabile, a
cui non ci si poteva avvicinare a rischio di essere presi a fucilate. La
sensazione insomma della festa. Si trattava però a ben vedere di una
festa fredda, molto mediatica. La sensazione – almeno la mia sensazione
di allora - era che l’evento atteso e desiderato – non si poteva altro
che desiderare la caduta di quel muro - fosse avvenuto non nel modo
sperato, non nel modo auspicato soprattutto dai dissidenti della DDR, da
quello di Win sind das Volk, insomma da quelli che per anni avevano
lavorato per la liberazione. Dietro quell’evento c’era senza dubbio una
rivoluzione perché un regime crollava, ma potremmo definirla una
rivoluzione senza rivoluzionari, una “rivoluzione passiva” direbbe
Gramsci, di quel tipo cioè che riservano spesso sgradite sorprese. Si
trattava prima di tutto di una rivoluzione fatta con i piedi, fatta cioè
da gente che si spostava in massa verso ovest ma senza la passione e la
cultura della libertà piena. “Senza parole”, potremmo dire, solo con
l’atto di “andare”: si spostavano di alcune centinaia di metri ed il
primo approdo che trovavano era il supermercato. In questo senso era una
rivoluzione all’insegna del consumo, delle merci. E’ questo l’altro
aspetto del fenomeno. C’era qui senza dubbio una domanda di eguaglianza,
ma eguaglianza rispetto allo standard di vita più elevato dei tedeschi
occidentali. Alla loro possibilità di accesso ai consumi opulenti: era
il Marco occidentale ciò che unificava tutti, più che la ricerca
consapevole di un altro modello di società. Si trattava dunque di una
libertà molto vigilata qual’è quella che si instaura all’interno del
mercato, dentro il quale i tedeschi orientali avrebbero ben presto
scoperto di essere destinati a rimanere comunque i più poveri, a
rimanerlo a lungo, soprattutto i pensionati, la parte cioè
biologicamente più debole.


Potresti fare in estrema sintesi un bilancio di questi venti anni in
termini di assenza: quali sono secondo il tuo punto di vista le
discontinuità più significative in termini storici dovute a quell’evento?

Il bilancio, bisogna dirlo, è molto negativo, soprattutto se misurato
sullo “stato del mondo” e non solo della Germania o dell’Europa. Perché
i vincitori di quella partita - l’Occidente, le sue leadership, gli
Stati Uniti e l’Europa - non riempirono quell’enorme cratere che si era
aperto con valori positivi, anzi: nemmeno due anni più tardi si
inaugurava un’epoca di guerre, con la prima guerra del Golfo; nello
stesso tempo le politiche sociali venivano destrutturate, garanzie e
salari dei lavoratori attaccati e abbassati e cominciava a gonfiarsi
quella bolla finanziaria all’insegna del “più credito meno salario” che
è stata il centro della new economy. Soprattutto si è affermata quella
sensazione di assenza di alternativa all’esistente che sarà poi chiamata
“pensiero unico”. E questa è la misura della catastrofe: sotto le
macerie del muro è rimasta schiacciata anche l’idea stessa di una
trasformazione possibile, di una fuoriuscita positiva dall’esistente…
Questo è accaduto perché il mondo è immediatamente apparso dominato da
una sola ideologia, quella del mercato e del suo unico, omogeneo,
acritico pensiero. Ma tutto questo non pone affatto in questione il
fatto che alla domanda se quell’alternativa (quella che si era
materializzata storicamente nel nodello sovietico o tedesco-orientale)
meritava, o semplicemente poteva, essere tenuta in piedi bisogna
rispondere – a costo di mettere direttamente in discussione la nostra
identità, l’identità di tutte le sinistre – di no. Dicendo con chiarezza
che quell’alternativa non poteva essere tenuta in piedi. E non lo
meritava neppure. Era indifendibile. Di qui dobbiamo partire, nella
nostra solitudine: per chi vuole trasformare l’esistente non è più
permesso di rifugiarsi nell’illusione che là – nella Germania degli
Honecker, della Stasi, del “muro” - ci fosse qualcosa che potesse
parlare anche a noi, alla nostra voglia di uscire dall’esistente. Quella
non era l’alternativa, storicamente è crollata ma anche dal punto di
vista etico e politico non meritava di essere difesa.


La caduta del muro ha dato adito a nuove teorie e speranze non solo
dalla parte di chi ha creduto nella “fine della storia”, secondo le note
tesi di Fukuyama, ma anche da quella di chi ha pensato che quell’evento
potesse segnare l’inizio di una nuova storia, di una possibilita’ di
trasformazione inedita proprio perchè libera dal pesantissimo esempio e
dall’asfissiante presenza dei paesi del socialismo reale. Era una vana
speranza oppure rappresenta un tema tutt’oggi all’ordine del giorno?
Ovvero a vent’anni di distanza si deve ancora guardare a quell’evento
nei termini di una nuova possibilità?

Questo è il tema all’ordine del giorno di oggi. Anche perché i vincitori
di ieri hanno portato se stessi ed il mondo che hanno occupato ormai
totalmente sull’orlo dell’abisso. Lo stile di vita, il modello di
società, il tipo di politiche che hanno gestito ed a cui hanno dato
forma in questi anni si rivela oggi insostenibile, non sta in piedi.
L’immagine della bolla che esplode è efficace e indicativa. E’
obbligatorio oggi pensare un’alternativa. Il problema è che i tentativi
di costruirla in questi venti anni sono stato sconfitti, non possiamo
nascondercelo. Il movimento dei movimenti, l’altermondialismo, si erano
costruiti dentro un’esatta consapevolezza del fatto che il neoliberismo
non poteva garantire il governo del mondo, non era la via per la
sopravvivenza dell’umanità, ma avevano sottovalutato la determinazione,
la capacità di violenza del pensiero unico e dominante, il suo
potenziale di manipolazione dell’immaginario collettivo ed il suo
radicamento in esso, la sua disponibilità alla violenza. E’ indicativo
che poco dopo l’apertura del ciclo altermondialista prenda vita la fase
dell’11 settembre, dominata dalla guerra come categoria fondante del
nuovo mondo, un mondo che non a caso aveva come collante, cemento e
sistema venoso e nervoso la rete finanziaria. Tutta questa capacità di
resistere alla critica e all’antagonismo era stata ampiamente
sottovalutata così come si era di molto sottovalutato il logoramento
degli strumenti politici tradizionali: la forma partito, il modello di
democrazia rappresentativa - che ci si illudeva continuasse a giocare lo
stesso ruolo che aveva svolto nel novecento ma era invece stato
ampiamente messo fuori uso dai nuovi meccanismi, le forme stesse della
politica e le sue culture. Si è pensato che fosse sufficiente un
maquillage delle tradizionali culture politiche delle sinistre - sia
rivoluzionarie che riformiste – per adattarle alla nuove condizioni,
senza capire che in realtà erano state messe definitivamente fuori
gioco. Non si è compreso l’emergere di forme inquietanti di
plebiscitarismo, di un autoritarismo soft realizzato attraverso il video
piuttosto che con l’olio di ricino e le prigioni, di mercatizzazione del
consenso che ha trasformato la politica in marketing e colonizzato le
menti con i codici della merce e della pubblicità. Tutto questo era
stato sottovalutato.
Ed era stata sottovalutata anche la crisi di un concetto fondante di
tutte le culture politiche della sinistra che era l’idea di sviluppo.
Una delle caratteristiche del nuovo mondo, che determina l’impasse del
neoliberismo, è l’impraticabilità dell’idea di sviluppo se non nella
forma di uno sviluppo per pochi privilegiati, da costruire e difendere
con la guerra che ne diventa in qualche modo sinonimo. Lo “sviluppiamo”
– termine orribile ma purtroppo realistico - era stato il comune
denominatore di tutte le culture politiche della modernità e del
novecento, sinistre comprese, anzi esso assumeva caratteri patologici
nell’estrema sinistra, nella sinistra comunista: la teoria delle forze
produttive, l’accumulazione e l’industrializzazione forzate erano stati
il segno della radicalità bolscevisca. Il fiore all’occhiello di ogni
rivoluzionario in Occidente come nel Terzo mondo. Di questo portato ci
dobbiamo oggi liberare. Il tema odierno riguarda come organizzare il
mondo in una situazione in cui lo sviluppo (la crescita quantitativa del
Pil globale, la forzatura dei limiti naturali del Pianeta per estrarne
in forma illimitata risorse produttive) non è più realizzabile se non
con la guerra e solo per alcuni settori limitati dell’umanità. L’unica
cultura che può rispondere ad un bisogno di futuro è una cultura
dell’equilibrio, della sobrietà, della consapevolezza del limite, del
rispetto dei limiti invalicabili dell’ambiente, delle materie prime,
della nostra capacità di accaparramento delle risorse materiali. Per
ridistribuire in forma più equa quello che c’è (ed è già molto), non per
far crescere in forma abnorme una torta dalle dimensioni già
insostenibili. Questo è indispensabile se si vuole poter pensare
un’alternativa alla distruttività del capitalismo attuale. Ma non c’è
nessuna delle culture della sinistra storica che abbia questo nel suo
dna. E nemmeno che metta questo problema all’ordine del giorno: lo
spettacolo della nostra sinistra, delle varie sinistre italiane (quante
sono? ho perso il conto) impegnate a scannarsi, occupate ossessivamente
nella scissione dell’atomo piuttosto che nei grandi problemi del nostro
tempo, parla da sè. E così al pensiero unico dell’avversario tutte le
sinistre - compresa quelle cosiddetta radicale – contrappongono un
pensiero corto, che non riesce ad andare oltre se stesso: la di là della
propria identità storica nel migliore dei casi, o oltre i propri
estenuati ma aggressivi gruppi dirigenti nel peggiore…


…Proprio a questo proposito ti è forse arrivata eco del dibattito
apertosi anche sulle pagine di Liberazione intorno alla scelta di
un’immagine della caduta del muro per la tessera 2009 dei Giovani
Comunisti/e...

Lasciamo perdere… Questa vicenda mi dà un senso di desolazione per il
modo in cui eventi epocali vengono sviliti nella quotidianità di un
dibattito politico perduto – segregato” vorrei dire - nei meandri delle
alchimie d’organizzazione, ridotti a piccole bandierine ideologiche da
piazzare sul proprio campo anziché essere colti come grandi sfide per
capire cosa ci sta succedendo. Penso che non ci si possa servire della
“grande storia” per tentare di trovare qualche frammento di passato cui
aggrapparsi per affermare un’identità che non c’è più, oppure da
demonizzare per giustificare un’opposta identità che non affiora…


Tu hai da sempre rappresentato una voce radicalmente critica nei
confronti dei regimi del cosiddetto socialismo realizzato. Oggi pensi
che ci sia qualcosa che si possa salvare di quelle esperienze, sei fra
quelli che a posteriori ritengono che essi abbiano potuto giocare una
funzione storica positiva, se non altro in termini di garanzie e tutele
per i lavoratori e gli sfruttati che vivevano da questa parte della
cortina di ferro?

Credo che la vicenda non possa essere compresa se non la si inscrive
nella tragedia del novecento, un secolo tragico, nel quale la regola è
stata l’”eterogenesi dei fini”, il trasformarsi di intenzioni volte al
bene nel male radicale, come per il comunismo nei paesi in cui si è
realizzato, oppure l’affermazione del male assoluto come nel caso del
fascismo e del nazionalsocialismo. Nel novecento anche una guerra che
poteva essere considerata come una guerra di liberazione del mondo dal
pericolo nazi-fascista è stata conclusa con una catastrofe della portata
di Hiroshima e Nagasaki: anche quella che potrebbe tra virgolette essere
definita una “guerra giusta” è stata segnata, oltre che da un massacro
di proporzioni bibliche, da un evento foriero della vera fine della
storia. È difficile quindi rapportarsi con il Novecento dicendo stai di
qua o stai di là. Non c’è dubbio che l’ottobre russo, la rottura di
quella forma assolutamente dispotica che era lo zarismo ha rappresentato
una breccia per il mondo intero, ha permesso atti di straordinaria
generosità, esperienze collettive luminose, basti pensare alle brigate
internazionali nella guerra civile spagnola, gente che da tutto il mondo
va a combattere per la libertà e la democrazia di un altro paese, basti
pensare alla nostra Resistenza e alla partecipazione ad essa di masse di
sfruttati mossi da una speranza di emancipazione, o semplicemente alle
lotte del lavoro, operaie e bracciantili nel nostro paese che tante
conquiste sociali hanno permesso. Tutto questo sta dentro quell’alone,
quella vicenda storica che aveva però nel suo centro un cuore nero, non
visibile dall’esterno ma di cui oggi abbiamo tutte le prove e
dimostrazioni: i massacri, le persecuzioni, il regime poliziesco, lo
spionaggio, il tradimento perfino di se stessi, pensiamo a Bucharin che
arriva a confessare ciò che non aveva mai fatto pur di poter rimanere
dentro l’alone dell’esperienza epica della rivoluzione… Parliamo di
tragedie inenarrabili, che non possono essere trattate per contendersi
un millimentro di spazio politico oggi. Io credo che il giudizio
sull’esperienza del comunismo novecentesco debba passare attraverso un
doloroso lavoro di scavo critico e autocritico che permetta alla fine di
evitarne gli errori e gli orrori.


La caduta del muro prometteva un’epoca di progresso indefinito, pace e
di liberta’. Oggi a vent’anni di distanza Slavoj Zizek rileva come
viviamo un tempo in cui nuovi muri sorgono ovunque, da quello eretto dal
governo israeliano nei territori palestinesi a quelli nostrani come via
Anelli a Padova, dalla frontiera europea di Ceuta e Melilla alle gated
communities “a risposta armata” di Los Angeles e molti studiosi
sostengono che le frontiere non sono piu’ soltanto quelle che si
dispiegano fra gli stati nazionali ma che esse assumono sempre di piu’
un carattere ed una presenza tanto immateriali quanto invadenti dentro
le stesse metropoli occidentali. Condividi questo punto di vista? Esiste
un rapporto fra la caduta della cortina di ferro e questo nuovo
dispiegarsi di mura e frontiere?

Sì condivido. Assistiamo alla crescita di muri fisici come quelli da te
indicati ma anche di muri per alcuni versi più agghiaccianti che sono i
muri interiori, costruiti nell’immaginario delle persone. Sono muri che
tracciano nuovi confini fra chi viene considerato umanità e quella parte
di umanità a cui viene negato lo stato di umano. Sono i muri che
attraversano il nostro canale di Sicilia, il canale d’Otranto, lungo i
quali le vittime sono migliaia e migliaia, vittime senza nome, senza
volto e senza sepoltura perché finiscono in fondo al mare. Sono i muri
che impediscono di vedere la tragedia di Gaza. Sono muri senza dubbio
cresciuti nel vuoto che si è creato dopo la caduta di quell’altro muro,
nel vuoto di cultura, nel pieno di merci, in cui i luoghi di
socializzazione sono diventati gli ipermercati, i centri commerciali, i
salotti televisivi o le curve degli stadi. Questa è la nuova
antropologia che si è disegnata nell’ultimo ventennio: uomini e donne
che non cercano più l’uguaglianza come nel mondo operaio e contadino, ma
cercano la distinzione, comprano tutti le stesse merci convinti che il
possesso di quelle gli consenta di essere diversi, un poco “più su”
degli altri. È questo il prodotto non tanto della caduta del muro ma
della nostra incapacità di costruire un’alternativa storica e culturale
credibile ed in grado di riempire quel vuoto.


Se il secolo scorso si e’ aperto sotto la luce piena di speranza della
rivoluzione, il nuovo millennio ha visto, fra le altre cose, un inedito
proliferare di rivolte, da Buenos Aires a Genova, dalle banlieues
francesi alla recentissima ed ancora aperta insurrezione greca. Pensi
che questi eventi possano in qualche modo rappresentare strumenti utili,
spunti da cui ripartire nella ricerca di una sinistra possibile?

Si tratta di segni, segnali di vita, sintomi che il territorio non è
stato integralmente occupato dagli altri e continua a produrre fratture,
difficoltà di controllo. Ma hanno il carattere di segni e come tali non
fanno ancora un discorso e non disegnano il profilo di un’alternativa.
Sono rivolte e come tali sono momenti positivi che indicano che esiste
ancora gente viva perché l’alternativa è il silenzio dei cimiteri.
Tuttavia “un segno” non fa ancora “un discorso”. Non voglio parlare di
un “progetto” perché non credo più nella concezione ingegneristica della
rivoluzione che crede di costruire la società come si costruisce un
condominio o una macchina, parlo semplicemente di un discorso perché
oggi c’è bisogno di un discorso alternativo che disegni la possibilità
di un futuro. Il tratto distintivo del nostro secolo è esattamente
l’assenza di futuro o la percezione che il nostro futuro sia possibile
solo a spese di qualcun altro. La tragedia del nostro tempo è che manca
un discorso che sappia riaprire un futuro comune e solidale contro
l’idea attuale della sopravvivenza conflittuale. Oggi a sinistra non
vedo nessuno che lavori per questo, sono tutti occupati a raccogliere da
terra i rottami delle proprie identità infrante per poi, possibilmente,
usarli come clave sulla testa dei propri vicini.


Il ventennale della caduta del muro ha riaperto anche un dibattito
intorno ai valori della sinistra. In particolare c’è chi indica la
necessità di riconoscere definitivamente il tema della libertà come il
primo e più rilevante criterio dell’azione politica…

Io credo che sui valori non si possano stabilire graduatorie. Libertà e
eguaglianza sono i due valori forti ed identificanti. Non si tratta di
stabilire quale debba avere il primato, bisogna semmai indicare un
giusto equilibrio, il migliore possibile. La libertà ridotta alla sua
dimensione pura, sensa aggettivi o contrappesi, è quella teorizzata da
Nietzche per i signori: è la libertà per i più forti di fare ciò che più
gli aggrada. La libertà che non riconosce i propri limiti nella libertà
degli altri e nella possibilità di equilibrio con le altrui richieste di
uguaglianza è un’affermazione estremamente pericolosa. Libertà non vuol
dir niente se non si spiega quale libertà, per chi e di fare che cosa.
Così come quando parliamo di uguaglianza dobbiamo anzitutto specificare
tra chi e in che cosa. Quindi personalmente proporrei di non utilizzare
i valori politici come bandiere da sventolare, ma di coglierne la
problematicità.

lunedì 5 gennaio 2009

TOXIC ASSET - TOXIC LEARING

studenti_sBologna.jpg

13/11/2008 - Toxic asset – toxic learning

di Sergio Bologna


Nello spirito del ’68 – senza nostalgie né tormentoni
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)

State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.
Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d’opposizione e magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto sommato tira un’aria di consenso attorno a voi. Non era così nel ’68, forse perché allora un po’ di violenza c’era, in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze dell’ordine. Ma quel che di buono c’era allora, di eccezionale, era la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si percepisce.

Volete salvare l’Università, così com’è? Spero di no. Com’è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d’accordo, ma ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo. L’Università si è allargata come un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po’ dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto d’Università. L’Università come retail. Alla qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d’essere frainteso vi direi: “La difendano loro questa Università, i professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della configurazione dell’Università com’è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono nell’Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50 per cento. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’ uno spostato”.
“Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel libro L’Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia all’Università. Sono scarse se si calcola l’ammontare della spesa diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.

Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant’anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto, rigido e solenne come una statua di cera, l’altro piuttosto basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l’alta politica che vi spinge all’azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi “scegliete un percorso diverso” perché altrimenti rischiate di farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi dei lavoratori e della middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follia era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome dell’efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire l’incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite, cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l’Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle famiglie italiane. Un sistema che ha consentito “a chi lavorava nella finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto agli altri settori” – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di Boston - e aggiunge:
“Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che in un’ora guadagnavano 17mila dollari”,

e conclude il suo intervento con queste parole:
“Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati”.

Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione corrente è unanime nel dire: “E’ accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto da collante alla credibilità dell’american dream e che da alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha subìto un processo d’impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e all’impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli, “politicamente corretti” leader della cosiddetta Sinistra, di “quote rosa”, di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i giovani, che al 70 per cento hanno votato per lui. Ha colto la grande tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo mio libro si intitolava Ceti medi senza futuro? e non se l’è filato nessuno).

Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di capire com’è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi vent’anni hanno dominato l’economia, senza che venissero contestati né da Destra né da Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. “Un sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities” - recitava la litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso di “cantare”, di svelare gli imbrogli. Una “gola profonda” è stata all’origine di tutto, non certo l’FBI! Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo “golpe bianco” con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia. L’Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po’ più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è l’esatto contrario della knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l’esatto contrario di un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli loro a protestare nelle piazze per i tagli all’Università.
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione.

Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell’ultimo secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la Landesbank della Baviera).
C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.
In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del padronato italiano da vent’anni a questa parte. Squallido il mondo dell’informazione che su questa realtà tace o si sofferma di sfuggita. Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando escono dall’Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di studiare in un’Università com’è fatta oggi oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta, efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?

Ho insegnato all’Università per quasi vent’anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni d’insegnamento li ho passati all’Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato, com’è d’uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo. “ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.

Sergio Bologna