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domenica 8 novembre 2009

SOGGETTIVITA’ E TEMPO AL TEMPO DELLA CRISI

INSURREZIONE, DISCIPLINA, LAVORO, GENERAZIONI, PRECARIETA’, BIOS, DESIDERIO..


Bozze, appunti e proposte di ricerca su un presente che sfugge..


Futuro presente, presente futuro

Il chiasmo del tempo è uno specchio sottile su cui potremmo indefinitamente far riflettere ogni ordine della questione. Esso è uno sfondo incredibilmente potente nel risaltare alcuni aspetti della scena propria.

Ma è anche potenzialmente un buco nero, in cui perdersi all’infinito.

Il futuro, carico di tutte le sue implicazioni materiali ed esistenziali, si fa sempre più presente, quasi lo invadesse o lo opprimesse, il presente; e il vero presente, che è vero in quanto mio, ovvero in quanto temporalità, dimensione temporale soggettiva, sfugge sempre di più verso un indefinito futuro, che non si traduce mai in a venire; in parte è così, ma se la soluzione non può far parte del problema è evidente che dobbiamo andare a cercare una verità più a fondo.

La verità è che noi apparteniamo, come sospesi, ad un presente. Ed è questo presente, al di là di ogni consolante ripescaggio della letteratura Baumaniana sulla società liquida e le temporalità differenziali, potentemente intrise di ideologia. È questo il nostro presente, che noi vogliamo o no farci i conti.


Da qualsiasi angolazione lo si prenda, il presente è senza uscita. Esso non ha più

nemmeno la minore, tra le sue virtù. A coloro che vorrebbero assolutamente sperare,

esso toglie ogni appiglio. Coloro che pretendono di avere delle soluzioni, sono smentiti

nell'arco di un'ora. È cosa risaputa che tutto non può che andare che di male in peggio.

«Il futuro non ha più un avvenire», questa è la consapevolezza di un'epoca (..)

(Comitè Invisible – L’insurrection que vient)


Parlare del futuro (il futuro dei giovani, il futuro del mondo, il futuro della medicina) è diventato uno dei tanti dispositivi per sganciare le persone dal loro potere sul presente.

La scansione del tempo collettivo e individuale e le sue modalità sono una forma potente di disciplinamento in grado di agire a fondo su percezione ed appercezione umane, di essere dunque interiorizzata. Ed è proprio questa appartenenza sospesa, di cui non è dato conoscere la relazione, ad un presente indefinito, l’ostacolo primo al riconoscimento e allo smascheramento di questo dispositivo.


Non so quanta di questa consapevolezza era contenuta nell’intelligenza collettiva che nel 2005, durante il movimento che diede l’assalto al Parlamento che approvava la Riforma Moratti, partorì lo slogan: il futuro è qui e comincia adesso o il nostro tempo è qui e comincia adesso.

La misura del tempo, l'oggettivazione del tempo nella dimensione del bios, il suo controllo, attraverso un vero e proprio ordine produttivo della temporalità, meriterebbe un'indagine genealogica.

Nei primi passi di questa indagine (quindi nei suoi passaggi più immediati, riferibili alla determinatezza storica dei processi di costituzione e ri-costituzione di un'organizzazione disciplinare del tempo) scopriremmo innanzitutto che, proprio in quanto storicamente determinati, questi processi si danno dialetticamente: sono il prodotto di una serie di fenomeni umani di cui si scova una traccia abbastanza netta nella definizione del paradigma produttivo e dell'organizzazione sociale.

Qui la questione diventa complessa.


Scansione temporale, ordine produttivo, disciplinamento

Il problema centrale rimane: il tempo e la sua organizzazione soggettiva e sociale (soggettiva in quanto sociale) attengono alla materialità della vita sociale e si determinano storicamente, inoltre sono costitutivamente costruzioni disciplinari e in quanto tali si determinano entro rapporti di forza e strutture di comando o gestione. E tuttavia questa relazione è mascherata quando non negata.

Tale problema del disciplinamento del tempo ci permette di acquisire un punto di vista conflittuale, o comunque critico, che riguarda tutti e tuttavia è estraneo nella narrazione del babau (come lo chiama F. Simonetti) della crisi nel senso comune. Come? E Perchè?

È da sottolineare che l'attuale modo di produzione, inteso a un tempo come insieme e paradigma dei rapporti sociali, si avvale di una struttura metodica di disciplinamento del tempo degli individui ben più avanzata di quella utilizzata nella fase che chiamiamo, con notevole approssimazione, fordista. Quest'ultima poneva il suo fondamento nella centralità del lavoro, come elemento puntuale di definizione della scansione temporale della vita, e costituiva un vero e proprio tipo umano: l'operaio massa, figura tipica della soggettività produttiva.

La struttura di questa scansione è descritta come 3x8 (8 ore di lavoro, 8 di sonno e le restanti 8 di “vita”); tale struttura, apparentemente legata solo alla soggettività lavorativa, scandiva il tempo della “società” (ospedali, scuole, trasporti, commercio) come aveva osservato Foucault.

La sua tenuta era garantita dall'esercizio del comando nel processo produttivo fordista; tale disciplina fu presa d'attacco dalle lotte dei lavoratori, e si riformulò progressivamente in maniera dialettica (a questo proposito fu calzante il punto di vista della tradizione dell'Operaismo italiano).

Oggi la situazione, esito dinamico di quella riformulazione, è completamente diversa: proviamo a delinearne alcuni caratteri signficativi.

Innanzitutto si modifica l'applicazione: non più massificata nel suo indirizzo di comando, essa prende in considerazione gl'individui in quanto tali. Individui che acquistano un peso specifico diverso nei rapporti sociali che dipende sempre di più dalla dimensione del consumo piuttosto che da quella produttiva.

Quindi questa nuova struttura di disciplinamento del tempo di vita affronta il problema di costruire un indirizzo molteplice del comando e lo fa con un sistema: l'interiorizzazione del comando.

Ciò significa in sintesi che gl'individui assumono come propria, pensando di sceglierla liberamente, la scansione temporale che è in realtà la funzione dell'esercizio del comando, e si autodisciplinano così in forme molteplici. Ma la filastrocca non cambia: produci, consuma e crepa (G.L. Ferretti - Morire).


Un sistema più avanzato, ma anche e perciò più vicino alla soglia di crisi, proprio perchè dipende strettamente dalla dimensione del consumo. Dimensione che non è inesauribile, e perlopiù altamente instabile.

Sforzandoci e forzando l'analisi, non è difficile vedere nell'istituto del credito (e quindi del debito) su cui si fonda il settore finanziario, attuale quota massima dell'economia globale, il bacino entro cui si raccolgono e si sovrappongono le eccedenze e le inadempienze globali dello sfruttamento di quella dimensione biologica /economica che è il tempo di vita (tempo del consumo, della formazione, del lavoro, dell'affettività etc.).

Ancora: le borse potranno pure dilatare e contrarre all'infinito il valore di scambio di una merce, materiale o immateriale che sia, fino al limite dell'irrealtà, ma se la produzione sociale della ricchezza passa attraverso la dimensione del bios è evidente che lì la torsione non può avvenire all'infinito senza scatenare tensioni; il credito è l'istituto costituito per integrare e assorbire queste tensioni, e per farne nuovo profitto, e la sua capacità è stata ritenuta ideologicamente illimitata. A torto. Ecco la crisi.

Dietro i suoi numeri e le sue statistiche c'è l'umano e la sua categoria essenziale, il tempo.

La materialità del tempo in relazione alla vita, per quanto misteriosa, è la sua caratteristica principale. Costruire un'interpretazione organica di questa materialità che assuma il punto di vista della liberazione dalla sua struttura di comando passa per il riconoscimento della qualità del nostro tempo.

Diviene una prospettiva potentemente insurrezionale e antisistemica quando quest'interpretazione della materialità del tempo, insieme al punto di vista conflittuale di liberazione dalle strutture del comando, viene socializzata e generalizzata.


Presenza nel presente, potenza di a-venire

I movimenti globali, in parte, hanno cominciato a costruire prassi entro questa consapevolezza senza neanche averla raggiunta pienamente nella teoria. C'è da cercare il perchè in un fatto semplice: il bios, la vita, in particolare la vita umana, con le sue relazioni, è ontologicamente irriducibile al controllo. Perchè in questa macchina desiderante, come l'ha descritta efficacemente Deleuze, il rifiuto del controllo avviene già nell'inconscio indipendentemente dalla coscienza soggettiva, perchè le è connaturato.

Anche così si spiega la diffusione degli psicofarmaci (antidepressivi, calmanti, eccitanti etc.) e degli altri dispositivi di biopotere a livello globale (polizia nella guerra permanente, psichiatria nell'uso degli psicofarmaci, medicina nel controllo delle popolazioni, mass media nel controllo delle coscienze, schock economy, militarizzazione e quant'altro).


Tuttavia siamo miopi se non valutiamo il contributo che questa potenza di rifiuto del controllo produce nei confronti della fase critica dell'economia di mercato.

Anche la natura, in quanto partecipe del bios, seppure con gradi di complessità differenti, produce potenza di rifiuto, che si manifesta nella crisi ecologica globale.

Ma bisogna stare attenti a smascherare il tentativo ideologico che sfruttando l'attinenza del problema ecologico coi consumi, tenta di rovesciare il costo sociale della crisi sugli individui: questa è la vera proposta della green economy e dei vertici mondiali sull'ambiente (ultimo quello che si farà a dicembre a Copenaghen). Una proposta analoga a quella dei governi nazionali di scaricare il peso e i costi sociali della crisi sul welfare e le sue articolazioni.


A volte è necessaria parecchia fantasia per capire la realtà.

Allora un primo passo sarebbe riprenderci il tempo, che spesso non abbiamo, di fantasticare sul mondo e scoprire quanto può essere reale l'immaginazione e viceversa quanto può figurare immaginifica la prospettiva comune della realtà, cadere, infrangersi e svegliarci col suo rumore.


Appendice: generazione e potenza a-venire

Se proviamo a pensare il tempo fuori da una prospettiva metafisica, esso smette di apparirci una scatola vuota da riempire, e assume il volto del nostro tempo, la realtà materiale e in divenire della nostra vita, molteplice e ricca delle cose che ci appartengono, gli atti che compiamo e non compiamo, i sogni che facciamo, i sentimenti che proviamo, le volontà che coltiviamo, etc.

è un tempo che parla al plurale, perdendo il suo carattere universale insieme a quello individuale (che a ben vedere si implicano a vicenda nella struttura metafisica del tempo).

Così il tempo diviene una risorsa, perdipiù collettiva, un bene comune da difendere e da riprenderci, da chi vuole sottrarlo alla vita e tramutarlo in numero, in rapporto di forza, in profitto, in controllo dalla sua parte, e in solitudine, smarrimento, alienazione, sfruttamento e schiavitù dalla nostra.


Apparteniamo tutti a questo presente, dicevamo all'inizio, secondo una modalità che non conosciamo e che ci tiene perciò sospesi. Ed è un presente senza via d'uscita finchè gli apparterremo semplicemente.

In questo caso anche il concetto di generazione diventa strumentale allo status quo.

Ma quando il tempo, entro cui si definisce il concetto di generazione, smette di possederci, e comincia ad appartenerci, perchè ce lo riprendiamo s'intende, allora ci apparterrà anche il concetto di generazione, comincerà a tracciarsi quale soggettività, e insieme ad esso altre parole.

Scopriremo allora che le parole, così come il tempo, e come le cose, smettono di essere schemi di dominio quali sono quando ce ne appropriamo, in quanto esseri umani, e diventano contemporaneamente sogni e armi per conquistarli; a dimostrazione del fatto che segmenti di libertà o di liberazione per queste macchine desideranti sono già nel mondo in cui esse abitano; e diviene consapevolezza di ciò condizione di possibilità che tale mondo si qualifichi come nostro, come mondo che si fa, uscendo dallo schema presente-futuro, come potenza a-venire.

È dentro questa consapevolezza da ri-ntracciare un pezzo di soggettività e liberazione in questo tempo di crisi.

La crisi stessa è un addensamento del tempo, è un passaggio d'epoca (epokè = sospensione); è il topos su cui si misurano le tensioni che costituiscono il reale in divenire: in questo senso è un passaggio epocale.

È l'appartenenza a questa stessa epoca, l'oggettività molteplice delle sue contraddizioni, che ci configura come generazione: generati oppure orfani della storia, che genereranno il proprio avvenire oppure abiteranno un futuro qualunque. Dopo ogni consapevolezza c'è una scelta, che schiude una nuova consapevolezza, che apre a nuove scelte. Conoscere il tempo è inventarlo, trasformarlo puntualmente.

Dentro questo passaggio ci misuriamo come liberi nella misura in cui diretti allo sfondamento delle barriere dell'oggettività che ci sta imprigionando. Per disertare l'apocalisse, in un esodo verso l'avvenire.(...)

mercoledì 6 maggio 2009

venerdì 24 aprile 2009

Le strade sono di chi ama.. Bagnoli Antifascista!

sabato 25 aprile 09
::: r-onda sonora @ bagnoli :::
nel paese minacciato dalla crisi economica si cerca di far pagare ancora il prezzo ai soggetti più deboli! licenziamenti, tagli alle scuole, tagli alle università, cassintegrazioni, attacchi ai diritti sociali e civili dei lavoratori, dei migranti, dei cittadini, delle donne. precarietà, sfruttamento, emarginazione si abbattono sulle nostre vite, sul presente e sul futuro! attraverso i mass media i poteri forti favoriscono un clima di odio, costruito ad arte per scatenare guerre tra i poveri, per dirigere verso il basso le lotte e i conflitti sociali, per costruire il nemico pubblico e la paura verso immigrati, precari, giovani, per nascondere le responsabilità politiche della crisi, che sono dei governi, dei banchieri, delle imprese.. anche il dramma di un terremoto viene trasformato in uno spettacolo di passerelle e bugie per generare consenso!! si rafforzano in questo contesto [sostenuti economicamente e politicamente da partiti, potentati e interessi criminali] vecchi e nuovi squadristi, fascisti, mazzieri che nelle università e sui quartieri nuovamente provano a rispuntare per seminare intolleranza e violenza, generare repressione e paura. a tutto questo ci opponiamo affermando un identità diversa per la nostra comunità, per il nostro territorio, per il quartiere e la città: cultura dei diritti, del rispetto delle differenze, della solidarietà, della partecipazione diretta. la nostra socialità alternativa contro la barbarie! il 25 aprile, anniversario della liberazione dal nazifascismo saremo nelle strade e nelle piazze di bagnoli per denunciare e fermare ogni forma di fascismo e intolleranza, per riappropriarci degli spazi, per rivendicare dignità e diritti.. e servizi per la vivibilità del quartiere! 25

25apr 09:::ore 16:00:::viale campi flegrei (stazione cumana)
presidio mobile/ronda sonora:::reclaim your streets

stop fascismo! stop razzismo! - dignità e diritti per tutte/i!

reclaim your streets! - reclaim your life!

le strade sono di chi ama bagnoli antifascista


associazione caracol - casa del popolo
myspace.com/caracolcdp – caracol-cdp@hotmail.it



lunedì 20 aprile 2009

Carovana di solidarieta' dal basso con l'Abruzzo

Da Alf Dv:

Abruzzo: La "caccia allo sciacallo" e gli sciacalli in attesa...

sabato 11 aprile 2009 alle ore 13.14
Mentre gli sciacalli veri aspettano che si definisca la legge sulla ricostruzione in Abruzzo, per capire come e quanto si potranno violare norme e controlli in nome dell'emergenza... questi sono stati i giorni della "caccia allo sciacallo".
Ovvero quei pezzi di merda che profittano del terremoto e a spregio della propria vita (almeno il coraggio non glielo si può negare) derubano i terremotati facendo irruzione nelle loro case abbandonate.
Ora io non escludo ovviamente (anzi) che ci siano stati una serie di episodi del genere, come sempre purtroppo accade. Quello che mi interessa notare è invece un'altra cosa: che è partita una vera febbre mediatica e istituzionale per la "caccia allo sciacallo". Nei due giorni in cui siamo stati in Abruzzo con la crovana solidale ci hanno fermato cinque volte, per quanto fosse assolutamente evidente chi eravamo e cosa stavamo facendo. Cercavano febbrilmente qualche sciacallo da esibire! Per coniugare, immagino, "l'emergenza terremoto" con l'ever-green "emergenza sicurezza"...
Mi limito a notare, da quel che mi risulta, che i primi "sciacalli arrestati" siano stati discolpati e scarcerati.. In particolare i quattro rumeni (e ti pareva!!) il cui arresto é stato annunciato addirittura dal premier Berlusconi... CHissà se ne annuncerà anche la scarerazione...
Pare proprio che siano stati scarcerati nella direttissima di ieri sera, perchè è venuta a testimoniare la padrona di casa. Confermando quello che i quattro avrebbero dichiarato dal primo momento, e cioè che erano amici della sua badante, a cui aveva chiesto di recuperare un pò di beni nella casa abbandonata...
Chiaro che la caccia allo sciacallo legittima sempre più anche quel "monopolio della solidarietà" rivendicato da Bertolaso, che guarda con sempre maggiore fastidio ai contributi dal basso alla macchina degli aiuti. Solo soldi, please...

MANIFESTAZIONE @ ROMA vs G14 SUL WELFARE

sabato 11 aprile 2009

INFO AIUTI E REPORT DEL VIAGGIO IN ABRUZZO

INFO AIUTI E REPORT DEL VIAGGIO IN ABRUZZO

(dalle note di Alf Dv - compagno di viaggio)

Sabato 11 aprile 09

Siamo tornati ieri sera tardi dall'Abruzzo e per quanto stanco vi faccio subito un report: 1) innanzi tutto le informazioni (almeno quelle che abbiamo recuperato noi) per chi vuole dare una mano 2) Una breve ricostruzione di queste due giornate

1) INFO AIUTI DAL BASSO:
Le due situazioni in cui abbiamo trovato dei canali indipendenti che affiancavano il lavoro della protezione civile sono nei paesini di Fossa e Tempera, nei pressi dell'epicentro Onna. Una situazione comunque complessa che evolve di giorno in gorno.

A Fossa c'è un gruppetto di compagni dell'Aquila, sostenuti soprattutto da situazioni di movimento di Roma (Acrobax, Forte Prenestino ecc). Questa cooperazione si chiama "epicentro solidale". In questi giorni si sono dedicati sopratutto a dstribuire gli aiuti materiali in tutti i paesini del circondario in cui non era ancora arrivata la protezione civile. Gli ultimi camion sono stati i nostri. Ora è una funzione che sembra esaurita. Magari tra un pò di giorni potrebbe tornare l'esigenza di portare aiuti materiali, ma probabilmente non più coperte o vestiti, bensì beni che si consumano a ciclo continuo, come pannolini, scatolame, detersivi, saponi per l'igiene ecc. Oppure raccolte più specifiche (materiali elettrici ecc). Comunque non consiglio di raccogliere e partire in questo momento senza aver prima verificato con un referente sul posto l'effettiva utilità di quello che si sta raccogliendo. Ormai anche a Fossa i ragazzi dell'Aquila stanno piuttosto ragionando su singoli progetti. In particolare progetti che hanno a che fare con la socialità, l'informazione, la situazione dei bambini ecc. Sono infatti queste le esigenze che cominciano a diventare fondamentali, ora che i bisogni primari sembrano tamponati e si prospetta una lunga e dura permanenza della popolazione nelle tende. Per questo serviranno volontari, così come serviranno quando si potrà tornare nei paesi. Anche qui però il consiglio è di partire solo dopo aver contattato i referenti locali e aver capito che tipo di contributo personale serve e in che tempi. Noi cercheremo di seguire questa strada.


Per le info di "epicentro solidale" sono state attivate due linee telefoniche: a Fossa è 3664137433 (risponde Stefano o Enrico o altri), a Roma è 3473237703. Presto dovrebbero tirare su un blog per coordinare i lavori.

Invece al
campo di Tempera-(contrada San Biagio) il Prc organizza la mensa da campo e un asilo. I turni e le esigenze vengono coordinate dalla Federazione di Pescara, tel 085-66788 ( cercate di parlare con Corrado), dove sono anche stoccati gli aiuti.
Da quello che ho saputo servirebbero con urgenza anche persone che possono prestare camper o roulotte per casi di emergenza (donne in gravidanza ecc), che non possono adeguarsi alla tempistica della protezione civvile e della croce rossa. Infatti si prevede almeno un mese di permanenza nelle tende prima di passare ad altro.

2) REPORT (soggettivo) SUL NOSTRO VIAGGIO

Partiamo giovedì in prima mattinata con vari furgoni riempiti al presidio di Chiaiano, al Lab Insurgentia, all'Università, dal Meet-Up ecc.

La prima tappa è stata Fossa, dove però la situazione degli aiuti materiali si è stabilizzata, per cui il materiale lì stoccato lo abbiamo portato in vari paesini da cui erano giunte richieste di Sos, come Caporciano.
A parte l'Aquila, dove è attivo il mega-centro operativo della protezione civile, si tratta sempre di piccole località, paesi che vanno dai 200 ai mille abitanti ora accampati nelle tende, perchè le case sono tutte praticamente inagibili, se non addirittura distrutte. Per chi ricorda il terremoto in Campania, la situazione è meno impressionante solo perchè si tratta di un'area con densità abitativa decisamente minore (sotto le duecentomila persone a fronte dei quasi due milioni di persone coinvolte dal terremoto del 1980). Tendopoli separate da grandi spazi verdi non facili da attraversare perchè non tutte le strade ancora funzionano. Ieri sembra che la macchina della protezione civile
sia arrivata anche nelle località più periferiche. Dopo cinque giorni.

L'impressione che abbiamo avuto è che il governo non veda affatto di buon occhio l'arrivo di aiuti non esplicitamente irregimentati nella macchina della protezione civile, e non solo per un discorso di coordinamento e funzionalità (che è un alibi, perchè naturalmente chiunque va da quelle parti sa di dover tenere conto del coordinamento Istituzionale degli aiuti).
La mia sensazione è che i motivi siano molteplici. Anzitutto c'è sicuramente la voglia di mostrare che la macchina di Bertolaso è assolutamente autonoma e merita di essere finanziata al massimo. Ormai quella coordinata da Bertolaso è una vera e propria economia dei disastri... Inoltre secondo me c'è un elemento di memoria storica: in passato, specie in Irpinia, la rete dei volontari, motivata e informata, diventò un problema per le istituzioni quando l'insoddisfazione della gente cresceva perchè la ricostruzione non funzionava o affioravano brogli e speculazione (Zamberletti, che incredibilmente coopera anche all'intervento in Abruzzo, definì alcuni gruppi di volontari "untori della sovversione"...). Infine c'è questo clima della
"caccia allo sciacallo" su cui voglio poi soffermarmi a parte, perchè mi sembra esprimere soprattutto la voglia di mettere insieme l'emergenza terremoto con l'evergreen "emergenza sicurezza". Noi, in due giorni, siamo stati fermati 5 volte! Nell'ultima situazione, due marescialli dei carabinieri di origine campana, due autentici deficenti, erano davvero convinti di aver scoperto una "rete di sciacalli", non si è capito perchè... si immaginavano già i complimenti di Berlusconi e Napolitano... poi hanno dovuto quasi chiederci scusa. Un atteggiamento abbastanza
scoraggiante, e in contraddizione col fatto che invece ai camion degli aiuti non fanno pagare il pedaggio autostradale, almeno ieri.

Personalmente rimpiango un pò che le cose da fare e il poco tempo mi abbiano alquanto impedito di socializzare maggiormente con la gente. Per quel pò che ho potuto, ho notato sopratutto una specie di pudore, quasi di timidezza (spesso in imbarazzo perfino a ricevere gli aiuti necessari), la dignità e la paura. Non si capisce bene infatti quale sia il futuro che lì aspetta, anche perchè il terremoto sembra non finire mai!
Nei due giorni in cui siamo stati là ci sono state 5-6 scosse almeno. Ed eravamo già al quinto giorno! Molti lamentano che il terremoto sia cominciato almeno da un mese, con continue scosse di media intensità, ma nessun responsabile ha pensato che si trattasse di un fenomeno anomalo rispetto al singolo evento...
Secondo quanto dicono gli esperti pare che la forte scossa di giovedì sera fosse addirittura un fenomeno a sè rispetto al terremoto originale, dovuto non alla faglia verticale che segue la linea dell'Appennino, ma a una faglia obliqua che taglia l'Italia da Ancona al Tirreno. Perciò si sarebbe sentita forte anche in zone come l'Ascoli, come Roma ecc.
C'è quindi la grande ansia che la propria terra stia diventando una zona stabilmente sismica più ancora che in passato. Latitano anche le informaizoni di carattere scientifico per la popolazione.
Ciò malgrado, molti non abbandonano le tedopoli per andare negli alberghi della costa, come vorrebbe il governo. Hanno troppa paura che, abbandonando le proprie case, non le rivedranno più. Vogliono seguire e controllare, e, considerando gli esempi del passato, è del tutto comprensibile.
Il vero pericolo adesso è anche l'inedia, le attese interminabili. Specie per i bambini. Chi può si da da fare: a Fossa una ragazza mi ha chiesto il contatto con Erri de Luca. Voleva chiedergli di fare un'iniziativa al campo. Dice che in Alzaia, Erri racconta del poeta che dopo il disastro non scrive poesia, ma sta in fila per fare i lavori con la sua gente. Che è quello il modo di fare poesia in quel contesto... Abbiamo scambiato poche parole, ma mi ha colpito molto.

La notte fa un freddo cane, almeno per me che rischio l'ipodermia dormendo nel furgone. Ma qui dicono che è la bella stagione... io so solo che lo sbalzo termico è davvero notevole, quasi 20 gradi.


I singoli luoghi sono impressionanti: Onna, che tutti ci hanno detto essere stata terra di partigiani, è una località che non esiste più. Ormai non rimangono neppure più i soccorritori, non c'è motivo. Tranne qualcuno, per impedire ai video-operatori e fotografi di passaggio di farsi male con le macerie... Sarei anche un mediattivista: da un lato voglio documentare, dall'altro mi imbarazza un pò. Nei muri spaccati si "intuiscono" case spesso auto-costruite alla fine dell'800 con i materiali più vari. Non c'è quasi struttura.. Sono crollate come cartapesta.

A l'Aquila Ciro Fusco dell'Ansa mi fa invece notare come nelle macerie si vedono i cavi del ferro completamente lisci... Sembrano cavi elettrici. Non possono mai fare presa nel cemento! E infatti dal 1974 è vietato usare cavi come questi, ma c'è da chiedersi se in un'area a tale sismicità non dovevano essere ristrutturate anche le costruzioni precedenti.

La mattina di venerdì alcuni di noi vanno ai funerali pubblici. Davanti ovviamente fà male: ci sono quasi duecento bare. Piccole bare bianche sopra quelle dei loro genitori...
I parenti delle vittime col loro dolore vero e tutta la pletora ipocrita dei mezzi-busti col loro dolore professionale. Per alcune decine di vittime i parenti hanno rifiutato i funerali di Stato, preferendo tenerli in forma privata.
Il piazzale della scuola dei finanzieri (il Duomo de l'Aquila è inagibile) è però semipieno. Due-tremila persone. Dicono che ci sono problemi a raggiungere il sito, che è tutto bloccato. La mia impressione è anche che questa funzione non sa raccogliere davvero il sentimento popolare. Anche l'omelia, al di là dell'aspetto religioso, mi sembra fredda. Un discorso di circostanza, perfetto e banale. Non una parola fuori posto, un moto dell'emozione, un momento di rabbia, come in altre situazioni analoghe pure è successo. Il prete non ha nulla da rimproverare a nessuno... i cronisti in sala stampa insistono su questo fatto dell'eccezionalità di una funzione il Venerdì Santo.. mah! Mi sembra sinceramente più partecipe l'Imam, anche se si vede che interviene "in trasferta" e quindi si limita a poche parole di cordoglio e di speranza.
Quando torniamo in macchina bestemmiamo per la fila interminabile.
. ci mettiamo un pò a renderci conto di essere in mezzo a un torpedone con 200 bare...!
Tornati a Fossa salutiamo Enrico prima di partire in serata (in particolare il mio camion non va oltre i 60 orari..).
Enrico fà parte dello spazio libero51 de l'Aquila, che personalmente non conoscevo (nei due giorni che siamo stati lì sono arrivati anche gli attivisti del centro sociale l'Arrembaggio)
. Dopo il terremoto ha sistemato i suoi anziani genitori prima in un campo sfollati e poi da parenti. Da allora quasi non dorme, percorrendo la provincia dell'Aquila da un capo all'altro per sostenere come può la solidarietà dal basso che arriva da altre regioni. In poche ore la sua faccia passa dalla stanchezza allo scoramento alla determinazione convinta. Ma non si ferma

lunedì 2 marzo 2009

LA SVEGLIA SUONA SEMPRE 2 VOLTE

scritti provvisori per far circolare idee..

LA SVEGLIA SUONA E LA CRISI RI-SUONA..
PIù CHE UNA SVEGLIA URGE UN ELETTROSHOCK
PER DIMOSTRARE CHE
FINITI GLI ESAMI..
FINITI I TEMPI BELLI PEI MAIALI!
appunti per una riscossa:
vol.2

"Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare"
(M. Foucault)

GOVERNO E CONSENSO, LO SPAZIO VACANTE DELLA DEMOCRAZIA
la riduzione dello spazio pubblico della democrazia nelle istituzioni come nella pratica sociale è solo un sintomo. la vera patologia della forma attuale della sovranità vive tutta nella pratica governamentale. la riduzione della politica a tecnica e ad amministrazione dell'esistente fa dell'elemento del consenso una variabile indipendente. in italia l'articolazione dei potentati economici è storicamente legata agli apparati di potere; il controllo dei mass media permette la messa in scena di una rappresentazione della realtà che funziona come catalizzatore delle "passioni tristi", sentimenti istintivi dell'essere umano in quanto animale, tristi perchè legate all'odio, ostentando la forma di ideologie destrorse per sovradeterminare il senso comune, scioglierlo dal contesto sociale e indirizzarlo. la determinazione verticale del consenso indirizza verso il basso la potenzialità conflittuale. di fronte a quest'inedita (apparentemente) forma d'attacco, che non risparmia la costituzione repubblicana, la divisione dei poteri, i diritti e le rappresentanze dei lavoratori, le funzioni istituzionali, rispondere con la mera difesa del paradigma moderno della sovranità rappresenterebbe la riduzione del conflitto a meccanismo di resistenza.
SENSO COMUNE, SOGGETTIVITà, RICONOSCIBILITà
dotarsi di strumenti sempre più efficaci per la costruzione antagonista del senso comune, della contro narrazione, non è più, a questo punto, semplicemente l'ingaggio di una battaglia mediatica e idealistica.
smascherare il meccanismo del consenso attraverso un'operazione culturale dal basso è un'ipotesi titanica, ma non è più rinviabile intenderlo come terreno prioritario di battaglia politica.
se la potenza materiale di conflitto delle esistenze precarie è svuotata a partire dallo svuotamento del suo senso in quanto comune, dallo svuotamento dello spazio pubblico e dalla costituzione della solitudine sociale e dell'emarginazione come strumenti di deflagrazione dentro e attraverso la "classe", giunge imminente la necessità di una nuova coscienza collettiva. ma attenzione: questa non potrà essere desunta a priori da nessuna teoria organica esistente; la possibilità che si dia muove da un grande lavoro di inchiesta collettiva, di ricerca sperimentale, ricerca di nuove forme della soggettività, espressioni dirette e indirette dell'incompatibilità dell'umano con l'esistente delle nuove forme di sfruttamento materiale e intellettuale, della desertificazione dei rapporti sociali, dell'abuso e del controllo sui corpi e sulla vita, della guerra globale come paradigma delle relazioni economiche e politiche.
PRIMI SGUARDI, PRIMISSIMI PAS(S/T)I: RIAPPROPRIAMOCI DI CIò CHE è NOSTRO!
se nel paradiso infiocchettato del neo-liberismo la deregolamentazione dei mercati (liberalizzazioni, privatizzazioni, processi di riforma) ha permesso e incoraggiato la rapina sociale dei criminali, dei banchieri, della casta istituzionale etc. allora un primo nostro sguardo dovrebbe andare al bottino.
i primi passi vanno nella sua direzione, trasformarlo da oggetto di rapina a oggetto di riappropriazione collettiva. la rapina dei potenti infrange la legge ma non viene ostacolata, tuttavia si fonda su una spinta di accumulazione privata. la riappropriazione tenta di ripristinare il diritto fondandosi si un bisogno collettivo, ma anch'essa infrange la legge e viene però repressa.
smascherare collettivamente il nodo con cui contemporaneamente il potere mette al sicuro il suo bottino e si fa garante del bottinaggio brandendo la spada della repressione è un elemento decisivo. aggredire su questo punto non è una prova di coraggio nè un'azione disperata, ma il tentativo lucido di modificare qui ed ora rapporti di forza, condizione di agibilità di un conflitto a venire.

giovedì 26 febbraio 2009

DRIN DRIN C'è LA SVEGLIA CHE SUONA..DRIN DRIN DOBBIAMO ANDARE A SCUOLA!

LA SVEGLIA SUONA E LA CRISI RI-SUONA..
PIù CHE UNA SVEGLIA URGE UN ELETTROSHOCK
PER DIMOSTRARE CHE
FINITI GLI ESAMI..
FINITI I TEMPI BELLI PEI MAIALI!
appunti per una riscossa:
vol.1

UNA CRISI UNA CRISI C'è SEMPRE SE QUALCOSA NON VA..
qualche esame ha sottratto quantità di tempo vivo? no problem..
è l'abitudine per noi la frustrazione di voler fare, senza averne il tempo e la forza. un'abitudine, appunto, ma non per forza un destino.
a volerle smascherare tutte le abitudini sono imposizioni. le nostre raccontano i tentacoli del biopotere contemporaneo, le ventose dello sfruttamento intellettuale, dello sfruttamento a partire dal consumo!
vogliamo far finta di non conoscerle?
non è difficile smarrire il senso di una coscienza, coscienza di classe, ma quale classe?
PRECARINFORMAZIONE
un esercito di babysitter, volontari, stagisti, baristi, camerieri, insegnanti privati, furfanti, muratori, centralinisti di call center, volantinatori, ambulanti e stracciati. un esercito col fiatone che esplode dalle cuciture di settimane impossibili..
qualcuno vuole ancora pensare che non sia lavoro?
non è quel lavoro maiuscolo di cui si va orgogliosi, quello appartiene al secolo scorso, forse ancora alle nostre madri, ai nostri padri. è un lavoro merdoso, indegno, sottopagato, nero, sfruttato.
NOI NON VOGLIAMO LAVORO, NOI RECLAMIAMO REDDITO E CASE
il reddito è la nostra sicurezza, ma la sicurezza non ci dà reddito.
le politiche di sicurezza di questo governo sono infatti un modo per far scordare il reddito a centinaia di migliaia di persone schiave della cultura dominante, replicanti arcaici che mutuano il razzismo dalla storia per costruire sensso alla trama della loro vita/realityshow.
MURI ASPETTANO DI ESSERE ATTRAVERSATI (PERCHè NON PUOI GIRARCI MICA ATTORNO)
muri e filo spinato dei cpt, muri di galere strapiene, muri di immobilità oscurità e degrado tra centro e periferia, muri tra il mondo e l'immondo del nostro mondo, muri di file bolli carte firme ad ogni step del tempo, muri di auto e sirene, muri di silenzio e indifferenza.
il muro è il paradigma archetipico di un sistema di eslcusione che fonda i rapporti sociali e li determina.
puoi tentare disperatamente di abbatterlo, o decidere di scavalcarlo!

CONTINUA PROSSIMAMENTE..
L'ONDA NON SI ARRESTA!

giovedì 5 febbraio 2009

Onda su onda

Onda su onda
videonarrazione del movimento studentesco

da Insu^tv
www.insutv.it






Durata: 11 minuti 28 secondi
Descrizione: Una videonarrazione del
movimento studentesco napoletano e nazionale attraverso le immagini
girate in tre mesi di cortei, iniziative, situazioni, occupazioni e
sperimentazioni. La lotta per il carattere pubblico di scuola e
università e la funzione sociale dei saperi di fronte alle nuove sfide:
la legge 133 e il pacchetto delle norme "Gelmini".
PARTE PRIMA
cresce la mobilitazione in città

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Durata: 13 minuti 31 secondi
Descrizione: Una videonarrazione del
movimento studentesco napoletano e nazionale attraverso le immagini
girate in tre mesi di cortei, iniziative, situazioni, occupazioni e
sperimentazioni. La lotta per il carattere pubblico di scuola e
università e la funzione sociale dei saperi di fronte alle nuove sfide:
la legge 133 e il pacchetto delle norme "Gelmini".
PARTE SECONDA
l'onda travolge Roma

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Durata: 14 minuti 51 secondi
Descrizione: Una videonarrazione del movimento
studentesco napoletano e nazionale attraverso le immagini girate in tre
mesi di cortei, iniziative, situazioni, occupazioni e sperimentazioni.
La lotta per il carattere pubblico di scuola e università e la funzione
sociale dei saperi di fronte alle nuove sfide: la legge 133 e il
pacchetto delle norme "Gelmini".
PARTE TERZA
Onda 2.0, le sfide da raccogliere

Messaggio per la Onda Anomala dal S.E.R.A.Z.L.N.


"Compagni e compagne,
a nome delle bambine e dei bambini delle scuole primarie e secondarie,
a nome dei compagni e delle compagne promotrici e promotori deducazione,


ci rivolgiamo a voi, compagni e compagne studenti universitari di diversa età,
voi che in questo momento e in quelli passati,soffrite le imposizioni del malgoverno,
che vuole imporvi qualcosa che non da beneficio al popolo.


Per noi la parola educazione é importante, che il soggetto, lessere umano, si prepari,
conosca, si auto formi con i suoi materiali. Non bisogna basarsi sulle conoscenze che non
sempre ci dicono la verità assoluta.


Una cosa molto importante per voi compagne e compagni studenti dItalia,
é che quello che state facendo, con le manifestazioni, é che state cercando di bloccare,
perché non venga imposto, perché non si privatizzi leducazione pubblica di questo paese.


Dovete avere ben chiaro che quello che state facendo é un insegnamento, é un buon cammino da seguire,
perché solo in questo modo possiamo auto educarci, possiamo difenderci dalle ingiustizie, dalle
privazioni a cui vogliono sottometterci i neoliberalisti.


Sappiamo che quando manifestiamo nelle strade, anche questi studenti e anche voi come noi,
stiamo facendo formazione. Perché quando manifestiamo, vuol dire che cé qualcosa di negativo nella
nostra vita, e quindi lo stiamo rinnegando.
In questo momento quando gridiamo e manifestiamo, stiamo educando, stiamo facendo vedere la nostra
rabbia, il nostro coraggio.


Noi come zapatisti crediamo che dovete andare avanti con queste lotte, perché é un esempio.
Non possiamo aspettare che quelli dallalto cimpiantino uneducazione che non va daccordo con i
nostri principi umani, che non va daccordo con la nostra cultura, la nostra lingua e i nostri pensieri.
Per questo sorelle e fratelli, compagne e compagni studenti, non dovete avere paura,
il vostro é un esempio da seguire e noi siamo con voi.


Da qui, dal Caracol 2 di Oventik vi inviamo in nostro fraterno saluto, educatamente e anche la nostra
forza, perché la vostra lotta é anche la nostra lotta.
Quindi compagne e compagni, metteteci tanta voglia e globalizziamo la nostra Educazione Autonoma!


Vi facciamo anche questo invito:
costruite delle Università che siano veramente del popolo e che siano per il popolo.
Non studiamo cose che non siano un beneficio per il popolo.


Compagne e compagni studenti dItalia di tutti le università, continuate lottando,
e se é necessario, date la vita perché questo si scriverà nella storia.


Compagne e compagni queste sono tutte le mie parole e animo a tutte e tutti.


Vi parlano i vostri compagni deducazione, il compagno Amos e il compagno Lucio.
Grazie Mille"

info: www.yabastamilano.it
www.yabasta.it

martedì 27 gennaio 2009

Curva B contro la guerra

da prccasalnuovo.splinder.com


Almeno qualcuno ha notato lo striscione esposto in curva B?

Perchè quasi nessuno trai i Mass - Media ha notato lo striscione esposto nella curva B dello stadio San Paolo di Napoli, in occasione della partita Napoli - Roma di Domenica scorsa?

20090125_gaza

"23 giorni - 1300 corpi senza vita: sangue che cola da raffiche di chiacchiere... con tutto il nostro sdegno. Tacciano le bombe, si inneschi la ragione...
Mai piu' guerra a Gaza... mai piu' le guerre''

lunedì 26 gennaio 2009

Onde corte

Bologna, sabato 24 gennaio, Università degli studi Alma Mater.

CONTESTAZIONE DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO

Corteo onda 24 gennaio"Di tutto conoscete il prezzo ma non il valore": l'esercito del surf affronta la neve e contesta con forza l'inuagurazione dell'anno accademico.

L'Onda aveva annunciato la sua presenza all'inaugurazione dell'Anno Accademico e aveva rifiutato il precetto della Digos che imponeva al corteo di fermarsi prima di via Castiglione. Oggi un gruppo di 50 studenti dell'Onda era presente all'interno dell'Aula Magna di Santa Lucia, per portare le ragioni del rifiuto di questa solenne cerimonia in una situazione tanto tragica per l'Università italiana. La sfilata dei docenti togati, dei rettori in ermellino, tutta la pomposità che ha caratterizzato la cerimonia di oggi è per noi assurda: è stato come brindare a champagne e salmone tra le rovine di un Paese distrutto da una guerra. Tutta questa solennità strideva con le dichiarazioni dello stesso rettore Calzolari quando affermava che "i provvedimenti della Gelmini sono l'imbellettamento di un cadavere", immagine forte ed efficace che però non si è tradotta in nessuna azione di rottura col passato. La cerimonia di oggi poteva al massimo essere il funerale dell'Università Pubblica italiana, non certo l'inaugurazione di un nuovo anno qualunque. La determinazione dell'Onda ha comunque permesso di prendere parola dal palco, di porCorteo onda 24 gennaiotare le ragioni della nostra protesta all'interno della cerimonia, di superare il precetto della Digos portando il corteo di studenti fin a Santa Lucia. Forte è stata la delusione nel vedere tutti i direttori di dipartimento in toga a sfilare, quando solo pochi giorni fa essi stessi avevano dichiarato pubblicamente il rifiuto ad indossare la toga in questa situazione. Prendiamo atto che ancora una volta i personalismi hanno prevalso sul senso del bene comune. L'Onda ha raggiunto i propri obiettivi in questa giornata, rendendo palese l'incoerenza di chi sostiene di battersi per il bene dell'Università Pubblica ma non mette in discussione le sacre tradizioni cerimoniali, di chi si batte per l'eccellenza ma non riconosce i limiti dell'Alma Mater e del sistema AQUIS, di chi, infine, è soltanto interessato a mantenere intatto il proprio potere.













Non abbiamo paura: make border history!

ImageAll'interno del percorso di mobilitazione contro le leggi liberticide che colpiscono migranti, studenti, "giovani" all'interno di una pericolosa deriva securitaria, verso la manifestazione di sabato 31 Gennaio, Lettere In Onda presenta:

Mercoledì 28 gennaio ore 15 Aula6 Lettere La Sapienza assemblea dibattito

"Politiche securitarie e libertá di movimento": con Salvatore Fachile (avvocato della Rete Impronte) e alcune meditrici culturali migranti.





In questi giorni il parlamento sta approvando una serie di provvedimenti che andranno a costituire il cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Un insieme di misure legislative che prima di tutto renderá impossibile la vita dei migranti: non potranno piú sposarsi e inviare i soldi a casa, riconoscere i figli e andare al Pronto Soccorso senza essere denunciati. Pesanti misure nei confronti dei migranti, e di tutt* coloro che eccedono e si sottraggono ai processi di normalizzazione razzista in cui ci vorrebbero schiacciare.

L’imposizione di una tassa per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno, e l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nello Stato, impongono ai migranti una condizione di illegalitá, una forma di razzismo praticata strumentalmente. La logica che attraversa queste misure legislative, identifica la sicurezza con il controllo sociale che impone nuove norme: la gestione delle piazze e delle strade attraverso un uso massiccio delle forze dell’ordine, la criminalizzazione degli studenti che in questi mesi hanno dato vita ad imponenti manifestazioni e continuano a far vivere l’universitá attraverso la sperimentazione delle decisione collettive.
Migranti, studenti, precari, chi vive e fa vivere le strade, chi partecipa attivamente ai conflitti e alle lotte sociali, ma anche, perfino, chi vuole solo bere una birra per strada.
Contro questa idea di sicurezza e società, dobbiamo agire con forza e radicalità laddove la sola sicurezza che ci convince è la libertá, la felicità costruita collettivamente, l’espressione del dissenso, una societá in cui le differenze siano messe a valore per costruire le nostre istituzioni attraverso la decisione collettiva!

In queste settimane si sono svolte numerose iniziative e assemblee partecipate da migranti, studenti, precari, occupanti di case, donne, associazioni e centri sociali che, attraverso la cooperazione e l’articolazione delle differenze come possibilità e non come pericolo da temere, scenderanno in piazza per richiedere l’abolizione della legge Bossi-Fini e la regolarizzazione di tutt*, contro le classi separate e il pacchetto sicurezza, contro la militarizzazione dei confini e delle cittá, contro le politiche securitarie per affermare che noi non abbiamo paura e nessun* è illegale!


MANIFESTAZIONE "NON ABBIAMO PAURA : MAKE BORDERS HISTORY"

NO AL PACCHETTO SICUREZZA ROMA 31 GENNAIO ORE 15 PORTA MAGGIORE

Lettere in Onda(roma)




L'Onda cagliaritana contesta Silvio Berlusconi
Scritto da Unicamente_Onda Anomala Cagliari
domenica 25 gennaio 2009
I volti della protesta da TheMadcapLaughs.Il Gruppo Unicamente dell’Ateneo di Cagliari continua la sua protesta. Dopo le occupazioni sembrava che tutto fosse svanito nel nulla, invece, forti della situazione politica regionale abbiamo deciso di farci sentire in maniera più forte. Una prima volta alla Fiera Campionaria di Cagliari dove un gruppo di ragazzi è riuscito a protestare contro il Premier e oggi addirittura a Sassari. Dopo una passeggiata che ci ha portati dal sud al nord della Sardegna, gli studenti dell’Ateneo di Cagliari sono riusciti ad entrare al pubblico comizio (di questi tempi anche entrare ad un “pubblico” comizio fa notizia) del Candidato Presidente Capellacci sapendo che sarebbe intervenuto appunto il Presidente Berlusconi. Quindi come testimoniato dalle numerose riprese televisive noi studenti abbiamo manifestato il nostro dissenso contro la politica omicida del governo nei confronti dell’Università. Ora la crisi la dovremmo pagare tutti iniziando proprio dall’Istruzione e vorremmo che la gente capisse la situazione attuale dell’Italia, solo che ci scontriamo sempre con un muro di gomma fatto di finti sorrisi e battute ironiche che non aiutano certo ad appianare i debiti della Crisi.
Dopo tre cori e qualche minuto di disagio da parte del premier siamo stati allontanati dalle forze dell’ordine. I cori “fuori i soldi dell’Università” e “no ad Università privatizzata” non hanno avuto l’effetto sperato infatti il premier ha preferito definirci militanti di una fantomatica area di sinistra che legge l’Unità. Berlusconi è poi stato raggiunto dagli studenti di Unicamente pure ad Alghero dove ha cercato di parlare con gli stessi ricordando che il popolo sardo non era con noi facendosi portavoce di fantomatici sondaggi, continuando ad associarci all’area di sinistra della politica italiana e isolana, qui gli studenti con un faccia a faccia sono riusciti almeno a spiegare la natura apartitica del nostro movimento (ovviamente senza che il premier recepisse il messaggio). Noi vogliamo rivendicare la protesta proprio per sottolineare il gesto compiuto da un gruppo di studenti universitari apartitico e di sicuro non legato a quelle dinamiche tanto care al Presidente e i suoi colleghi di qualunque provenienza politica. Noi vorremmo sentire il Premier che finalmente parli dei problemi dell’Istruzione e della Ricerca italiana senza dover sopportare inutili giri di parole e spot di campagna elettorale. Noi siamo contro a certi giochi e rivendichiamo la nostra azione di protesta proprio perchè le nostre rivendicazioni, le rivendicazioni dell’Onda non vengono ascoltate. L’Onda Italiana è viva più che mai e Unicamente con le sue azioni ha voluto darne prova.

UNICAMENTE

David Grossman per la pace

Israele parli anche con chi vuole distruggerci
DAVID GROSSMAN

Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un' unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l' un l' altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi - il nostro doppio, la nostra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all' esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest' ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina. Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all' occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale. Allo stesso modo il successo dell' operazione non ha risolto le cause che l' hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all' occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l' esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo.

L' offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un' altra generazione di palestinesi crescerà nell' odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi. Ma quando l' operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati)
, allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c' è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma. È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato.

Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza. Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico. Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono? Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un' esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l' opinione pubblica israeliana all' arroganza e al compiacimento nell' uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati. Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest' ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi.

Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un' alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci. Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un' opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati. Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall' esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

giovedì 22 gennaio 2009

ContestAction

la visita per inaugurare l'anno accademico di un master

Sapienza, Fini contestato da studenti
«Tutto previsto, non sono infastidito»

Striscione: «Complici del massacro a Gaza». Il presidente della Camera: «Sui giornali ci sarà la contestazione»

Il sit-in degli studenti contro Fini (Montesi)
Il sit-in degli studenti contro Fini (Montesi)
ROMA
- «Vergogna, vergogna» e poi striscioni di condanna per «il massacro di Gaza». Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è stato accolto all'Università di Roma "La Sapienza", proprio davanti al Rettorato, dove si sono radunati decine di studenti. Fini è stato invitato per l'inaugurazione dell'anno accademico del Master in Istituzione Europee e Storia Costituzionale dove ha tenuto lectio magistralis sull'Unione Europea. Un giovane gli ha urlato «fascista», ma è stato bloccato e identificato dagli agenti.
FINI: «TUTTO PREVISTO» - Fini si dice «per nulla infastidito» dalla contestazione. «Era una manifestazione ampiamente prevista ed era anche ampiamente previsto che fosse così scarso il numero dei partecipanti - ha detto -. Giovedì sui giornali ci sarà solo la contestazione. Se io avessi detto qualcosa di inerente qualche polemica in corso, giovedì i titoli dei giornali sarebbero su quello. L'informazione dovrebbe anche veicolare un dibattito che non sia solo: "Tizio ha detto, Caio ha fatto". Il mio auspicio è che soprattutto il servizio pubblico informi su quello che le forze politiche vogliono fare in Europa». Il rettore Luigi Frati ha sottolineato che gli studenti che protestavano sono «meno dello 0,1 per mille del totale, ammesso che fossero tutti della Sapienza». «Io sono abituato alle contestazioni» ha concluso Frati. E Fini: «A me lo dice?». Il presidente della Camera ha ricevuto la solidarietà del Pd: «Crediamo sia un errore trasformare le legittime occasioni di manifestazione del pensiero e delle posizioni politiche in un'occasione di insulto nei confronti delle istituzioni e di chi le rappresenta» ha detto il portavoce Andrea Orlando.

STRISCIONI - I manifestanti hanno preso di mira in particolare le due leggi che portano il nome dell'attuale presidente della Camera, quella sull'immigrazione e quella sulla droga. Cantavano in coro «Non abbiamo fiducia di voi» e hanno esposto striscioni e cartelli contro il governo: «La sicurezza del potere: controllo e repressione», «Frati e baroni, Fini e buffoni», «Complici del massacro di Gaza». E un molto esplicito: «Fini-tela». Tra i manifestanti e le forze dell'ordine anche un piccolo parapiglia quando i giovani hanno cercato di occupare le gradinate dell'università
. Il rettorato, dove si è tenuta la lezione, è stato circondato da agenti in tenuta antisommossa per impedire che gli universitari potessero raggiungere l'aula magna.

giovedì 15 gennaio 2009

Contro l'aggressione israeliana..

Appello del mondo intellettuale italiano contro l’aggressione israeliana a Gaza

31 dicembre 2008


È di poche ora fa la notizia che il governo israeliano, capeggiato da un leader sconfitto e corrotto, Ehud Olmert, ha rifiutato la pur tardiva richiesta dell’Unione Europea, di concedere alla popolazione di Gaza stremata, una tregua umanitaria di 48 ore nell’operazione militare che, con proterva arroganza, è stata chiamata Piombo fuso. La notizia ci addolora e ci indigna; ma non ci sorprende. Il governo israeliano sta passando, nei confronti dei palestinesi, dalla politica della persecuzione a quella della eliminazione. Come non vedere negli eventi in corso, non da oggi, una tremenda analogia con quello che il popolo ebraico ha subìto? Ma le ingiustizie patite non danno titolo, né morale né politico, a produrre altre ingiustizie ai danni dei più deboli. Come operatori nel mondo della ricerca, dell’università, della scuola, della comunicazione, delle arti, dello spettacolo, intendiamo denunciare l’informazione menzognera dei media; e, d’altro canto, la viltà – e talora complicità – della classe politica italiana (con impercettibili distinguo nel suo seno).
Non paghi di aver, nel corso dell’anno, tributato grandi onori allo Stato d’Israele, che festeggiava il suo 60°, dimentichi che quello stesso anniversario ricordava, agli altri, gli arabi di Palestina, la catastrofe del loro popolo (la Nakba), politici, opinionisti, organizzatori culturali (insomma ,“l’élite italiana”), stanno ora di nuovo dimostrando una stupefacente smemoratezza e una disonestà che lascia allibiti. D’altronde con “l’unica democrazia del Medio Oriente”, come si continua a ripetere, l’Italia (e la Comunità Europea) ha accordi pesanti di collaborazione militare, politica e scientifica.
Mentre le bombe continuano a falciare vite, nel pieno delle festività di fine anno, e si minaccia un attacco di terra, da noi, in nome di un conclamato quanto ingannevole spirito di equidistanza si pongono sullo stesso piano i razzi sparati sulle città del Sud di Israele (che, peraltro, costituiscono una forma di resistenza all’invasione), con l’osceno massacro indiscriminato in atto a Gaza, già ridotta allo stremo da un embargo illegittimo e immorale. E, adottando la posizione israeliana e statunitense, si chiede ad Hamas di cessare le azioni militari, come passo indispensabile per ottenere una tregua. Si accusa Hamas, che non si dimentica mai di etichettare come “organizzazione terroristica” (il che non cancella i nostri dissensi politici e per molti aspetti ideali, da Hamas), di aver rotto la tregua in atto da tempo: mentendo, perché durante quella “tregua” fittizia, numerosi palestinesi sono stati uccisi dagli israeliani, i quali hanno anche rapito e sequestrato ministri (in numero di 8) e del legittimo governo di Hamas e deputati del Parlamento (15), nell’indifferenza della “comunità internazionale”.
Si insiste sul fatto che Hamas si è “impadronita” di Gaza con le armi, dimenticando che Hamas ha vinto libere elezioni, e un colpo di Stato (con il sostegno israeliano, statunitense e gli applausi europei), gli ha negato il governo del Paese, usando Abu Mazen se non come un Quisling, un vero collaborazionista, certo come una sponda utile. Si accetta la versione dell’attaccante che ci “informa” di colpire solo obiettivi militari, e si finge di non sapere che fra tali obiettivi sono sedi universitarie, ospedali, moschee. Si deplorano i morti civili (secondo stime ufficiali dell’Onu al 25% della popolazione nei primi giorni dell’attacco israeliano, molti dei quali adolescenti e bambini, ai quali è impedita la stessa possibilità di cura, per mancanza di medicinali e di strumentazione, a causa del blocco israeliano), ma si dimentica che da anni Gaza è il più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo. E che ebrei sono – questo il terribile paradosso – gli aguzzini di quel campo, mentre arabi sono gli internati, ai quali, da anni, vengono negati i più elementari diritti, a cominciare dal diritto stesso alla sopravvivenza.
Il blocco di Gaza è una delle pagine più buie di Israele, a cui noi non chiediamo nulla, convinti che la sua politica sia destinata a produrre effetti contrari a quelli perseguiti e che l’odio che sta seminando non solo nella regione, ma in tutto il mondo, non potrà che accrescersi e produrre conseguenze disastrose per uno Stato che ritiene di poter governare tutto secondo il principio della forza, non solo rispetto ai palestinesi, ma all’intera comunità internazionale, della quale si fa beffe (si pensi al mancato rientro di Israele nei confini pre-1967, malgrado le innumerevoli risoluzioni dell’Onu). E abbiamo pietà degli israeliani che oggi festeggiano i circa 400 palestinesi uccisi nelle prime ore dell’operazione Piombo fuso. La loro danza macabra testimonia come un’intera società possa corrompersi moralmente (compresa la gran parte dei cosiddetti intellettuali israeliani dissidenti), sotto il segno della guerra permanente.
La guerra odierna è tutt’altro che improvvisata: proprio come due anni e mezzo fa, nell’estate 2006, soltanto un vaghissimo pretesto fu trovato nella cattura di un soldato israeliano da parte di Hezbollah, per l’infelice attacco al Libano, oggi il pretesto sono i razzi Kassam sparati da Gaza. Questa guerra che gli stolti salutano come benefica, oggi, porterà a loro – e purtroppo ad altri – nuove morti, nuove distruzioni, nuove sofferenze, allontanando ogni possibile pace.
Chiediamo a quanti operano nei nostri ambienti di adoperarsi, con tutti i mezzi a loro disposizione, per denunciare l’occultamento e il capovolgimento della verità che, assecondando la campagna propagandistica israeliana, che ha accuratamente preparato il terreno per l’attacco, si sta mettendo in campo: oggi, più che mai, la propaganda non è un semplice strumento di guerra: è essa stessa guerra. E nell’asimmetria delle “nuove guerre”, questa scatenata da Israele sul finire di un anno terribile, passerà alla storia, forse, come la guerra ai bambini.
A noi rimane lo strumento della denuncia affinché davanti all’“informazione” manipolata e corriva, abbia libero corso il sapere critico, la riflessione informata, l’educazione delle coscienze. Ora, per avviare la nostra mobilitazione, ribadiamo che all’intellettuale spetta il duro compito, se vuole salvare non la propria “genialità”, ma la propria “dignità”, di gridare sui tetti la verità. Studieremo, nei prossimi giorni, eventuali iniziative comuni, per portare avanti la nostra azione. Ma fin d’ora, anche se servisse a poco e a pochi, pensiamo di non poter rimanere inerti, complici o succubi, davanti alle immagini che ci giungono da Gaza sotto le bombe, alle carni martoriate di quei bimbi innocenti, alle macerie fumanti di una comunità che non si arrende, e che, perciò, rischia l’annientamento, mentre noi stappiamo le nostre preziose bottiglie di champagne.

Angelo d’Orsi (Storico, Università di Torino)

Post scriptum (5 gennaio 2009)
Da circa 48 ore Israele, nell’impotenza colpevole della “comunità internazionale”, ha dato avvio all’attacco di terra. Le bombe non bastavano. Il massacro va intensificato, e l’operazione Piombo fuso va portata alle estreme conseguenze: non “distruggere Hamas”, ma rendere impossibile una resistenza palestinese agli occupanti: come può l’Italia, che la resistenza in armi l’ha fatta, negare analogo diritto ai Palestinesi? L’attacco di terra, in una delle zone a più alta densità demografica del mondo, significa deliberatamente, scientemente, produrre morti tra i civili: d’altronde, è vero o non è vero che gli israeliani temono da parte araba soprattutto “la bomba demografica”? E, allora, avanti con il fuoco, passando dall’“operazione militare” a una guerra vera e propria. A chi chiedeva una tregua umanitaria, o l’apertura di “corridoi” per lasciar entrare a Gaza medici e medicine, il governo di Tel Aviv ha risposto con un cinico “no”: non è utile, si è precisato con arroganza spaventosa, ora una “tregua umanitaria”. A quanti parlano di un “reciproco” cessate-il-fuoco occorre rispondere che è inaccettabile porre sullo stesso piano aggrediti e aggressori, chi esercita il legittimo diritto di resistenza e chi, dopo aver ridotto alla fame 1.800.000 persone, le sta massacrando. I morti accertati sono già oltre 500, tra i Palestinesi, di cui più di un quarto civili; tra gli israeliani sono 4. Siamo a una sproporzione di forze e di mezzi mostruosa, che produce, come stiamo constatando, una sperequazione oscena di vittime; ma si tratta anche di una sproporzione di idealità: gli uni lottano per imporre le loro condizioni-capestro, tipiche di una potenza (sub)imperiale, gli altri per liberarsi e avere uno Stato. Alla guerra di aggressione, si contrappone la guerra di sopravvivenza. Si possono avere dubbi? Si può essere “equidistanti”? E, soprattutto, si può tacere?
Nota – Questo post scriptum impegna unicamente l’estensore dell’Appello. Gli aderenti hanno sottoscritto il testo del 31 dicembre 2008.

Onda vs. massacro

Roma, 17 gennaio ’09 - Appello della Sapienza "Fermiamo il massacro!"

Stop Occupation! Free Palestine!

Roma - Giovedì 15 gennaio 2009

Sono quasi mille le vittime, quasi tutte vittime civili, oltre trecento i bambini, uccisi prima dalla furia devastatrice dell’attacco aereo, poi dall’esercito di terra. Spazzati via gli aiuti dell’Onu, stracciate le tre ore di tregua giornaliera, oscurata l’informazione. La guerra di Israele contro Hamas è in verità un massacro, la striscia di Gaza, un lager a cielo aperto.
Una guerra, l’operazione «piombo fuso», preparata con cura e anticipata da un embargo violentissimo che per mesi ha impedito l’intervento umanitario a sostegno della popolazione civile. Gaza è una prigione, una prigione di morte che non risparmia nessuno, a Gaza si esprime un nuovo atto di quella guerra globale al terrorismo che dal 2001 non ha smesso di creare catastrofi umanitarie e politiche senza precedenti.
Chiaramente stiamo parlando di un conflitto, quello israelo-palestinese che ha una storia lunga, una storia fatta di colonialismo e violenza (l’occupazione da parte di Israele dei territori a partire dal 1967). Nello stesso tempo questa continuità drammatica ha subito in questi anni, dall’assedio di Ramallah ad Arafat nel 2002 fino alla vittoria elettorale di Hamas nel 2006, una mutazione tutt’altro che marginale. La scena palestinese si è frammentata e divisa, basta pensare alle dichiarazioni di Abu Mazen durante l’inizio dell’attacco di terra o alle attività repressive in Cisgiordania. Su tutto, poi, sembra giocare un peso enorme non solo la vicenda libanese dell’estate del 2006, quanto il ruolo di Teheran e la sfida atomica lanciata da Ahmadinejad: questi due elementi sembrano più di altri, sicuramente più dei pochi ed inefficaci missili lanciati da Hamas (formazione integralista, ricordiamolo, rafforzata e non depotenziata dall’escalation militare di Israele), essere causa della violenza devastatrice di Israele.
Queste sono considerazioni importanti che ci aiutano ad inquadrare meglio quanto sta accadendo, fuori da ogni schema ideologico, nella consapevolezza che non esistono soluzioni facili ai problemi che sono in campo e che stanno nuovamente immergendo nel sangue le terre palestinesi.
Nulla di tutto ciò però, ci impedisce di pensare in termini netti la nostra ostilità alla guerra, al massacro dei civili! Nulla di tutto ciò ci impedisce di desiderare la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese!
Le mobilitazioni mondiali di questi giorni, inoltre, ci dimostrano che questa sensibilità è diffusa e che i palestinesi non sono soli. Sabato 17 ci sarà una grande manifestazione nazionale a Roma e ci sembra necessario dire la nostra e partecipare. Le battaglie che ci hanno visto protagonisti in questi mesi parlano di un conflitto, quello sulla formazione, che non si è ancora chiuso e che sarà al centro delle nostre future mobilitazioni, nello stesso tempo riteniamo fondamentale che l’università, le scuole, gli studenti, non siano indifferenti a quanto sta accadendo nel mondo e in Medio oriente.
Per questo proponiamo di dare vita all’interno del corteo ad uno spezzone universitario e studentesco che sappia dire con rabbia ed indignazione che la guerra deve cessare.

Appuntamento h 14 P. Aldo Moro (poi ci si muove verso il concentramento del corteo)

Stop Occupation!
Free Palestine!

Sapienza in Onda

lunedì 12 gennaio 2009

The Anomalous..under construction

L’anomalia ancora da costruire

di Benedetto Vecchi

Venerdì 9 gennaio 2009

L’onda si forma, cresce e poi rifluisce. È un fatto noto, ma se è anomala può infrangere ogni modello di analisi. E il movimento contro le proposte del ministro Mariastella Gelmini ha subito dichiarato la sua anomalia. Anche quando sembrava che avesse lasciato il posto alla risacca, ha mandato a dire che non voleva essere un movimento dipendente dalle azioni del potere politico, sia che vestisse le divise istituzionali che gli abiti di un qualche partito, sia che fosse presente o non in Parlamento. E quando ha pacificamente paralizzato, almeno a Roma, cioè nella capitale, sede del parlamento, la vita pubblica già affermava che quella invasione della città era solo un assaggio della sua potenza.
Ma poi la parola è passata a Mariastella Gelmini, che, se su YouTube invitava al confronto, nelle stanze segrete del ministero stilava pessimi decreti attuativi della riforma della scuola primaria e modificava il decreto legge sull’Università. Ieri, infine, il voto in Parlamento che ha approvato la nuova versione. Sulle modifiche introdotte non c’è molto da dire. Gli ottimisti potrebbero dire che è solo maquillage, i pessimisti che sono peggiorative.

Più realisticamente si può dire che il ministro rompe ogni indugio e mette nero su bianco un tassello importante nel progetto di una differenziazione dei finanziamenti alle università, al fine di creare centri di eccellenza e università di «secondo piano». E che uno dei criteri portanti è dato dalla riduzione dei costi del personale. Una logica aziendalista denunciata nei mesi scorsi, ma le modifiche introdotte, stabilendo che sia il bilancio a stabilire quali gli atenei meritevoli e quelli no, la dicono lunga sullo stile di pensiero attorno alla formazione di questa compagine governativa.

Quando dal governo giunse la dichiarazione che il decreto non sarebbe stato rinnovato per presentare una proposta organica di riforma, in molti scrissero che se non era una vittoria piena le mobilitazioni erano riuscite almeno a mettere in difficoltà Silvio Berlusconi. Ma i decreti attuativi e il voto di ieri mettono in evidenza una strategia del governo, che dovrebbe far riflettere. Il governo, infatti, di fronte al conflitto sociale ha scelto una precisa strategia. Si dice sempre disposto al dialogo, sceglie un basso profilo rispetto alle manifestazioni di piazza, ma poi quando le mobilitazioni perdono intensità riprende il suo cammino come se nulla fosse accaduto. Un cambiamento di strategia rispetto alla precedente esperienza governativa di Silvio Berlusconi, quando il cavaliere mostrava il volto duro del decisionista che non indietreggiava di fronte a nulla.

La prola torna adesso all’Onda per dimostrare la sua anomalia. Vuol creare una propria agenda politica senza diventare una variabile dipendente di nessuno. Non vuole cedere alle lusinghe di chi la corteggia; sostiene semmai che i suoi soli e naturali alleati sono gli altri movimenti sociali. Una strategia espositiva delle proprie ragioni che paga in termini di consenso, perché mostra una capacità autonoma di elaborazione. Ma proprio perché vuole essere una forma specifica dell’agire politico, l’Onda è costretta a misurarsi con i nodi della politica. La costruzione del consenso, ovviamente, ma anche la necessità di dare continuità alla propria azione. Assieme a una lettura dei rapporti sociali vigenti. E di conseguenza il nodo del potere e delle alleanza da stabilire. Se la scelta è di non delegare alle forze politiche la rappresentanza delle proprie proposte è con questo ordine del discorso che si misura un sempre un movimento sociale.

Il filosofo francese Alain Badiou ha scritto che la politica si può pensare solo in casi eccezionali, quando cioè si crea una rottura nel tempo lineare dell’esercizio del potere. Solo in questi casi, afferma Badiou, la politica può essere pensata. È difficile sostenere che la realtà italiana sia in questa situazione. Eppure l’Onda ha accumulato sapere critico, una vision innovativa sul tentativo di trasformare il sistema della formazione in una struttura di servizio delle imprese. È finora sfuggita anche alla tentazioni di trasformarsi in un movimento che privilegia una single issue, lasciando così ad altri il compito di trovare una praticabilità politica di quella «questione». Non riesce però a pensare politicamente la parzialità da cui guarda la totalità dei rapporti sociali. Urgenza data anche da una crisi economica che sta radicalmente e ferocemente cambiando il panorama sociale e le caratteristiche del capitalismo che sin qui è stato variamente chiamato neoliberista, postfordista o cognitivo.

Nei mesi scorsi l’Onda ha mandato a dire che è fatta di uomini e donne che non «mollano mai»; che l’Università è diventata un nodo importante nella produzione della ricchezza e che i progetti di riforma vogliono legittimare il fatto di trasformarla in attività direttamente produttiva. Tematiche e attitudini al conflitto che devono fare i conti con una politica istituzionale che fonda la sua legittimità nell’investitura avuta nel voto elettorale. Ma se si vuole incrinare il monopolio della decisione politica occorre che quei temi e attitudini diventino discorso programmatico. Innovando dunque le forme di agire politico e di organizzazione, evitando così i vicoli ciechi del passato.

L’anomalia è uno stile di pensiero e di agire politico da sperimentare. Anche perché altrimenti un’onda è destinata sempre alla risacca. L’anomalia va quindi inventata in una pratica culturale e politica dove nulla è dato per scontato. Neppure quello che sembrava acquisito.

Articolo pubblicato sul Manifesto il 9 gennaio 2009